Lo Yemen è una di quelle nazioni fantasma. Intendiamoci, esiste sulla mappa, ha avuto un passato storico nel commercio marittimo. Negli ultimi decenni tuttavia questa nazione araba che si affaccia sul mar rosso e il golfo di Aden (già famoso per gli atti di pirateria marittima ad opera di cittadini somali) è svanita dalle mappe. Dopo i fatti di Parigi si è menzionato brevemente questa nazione. Alcuni dei terroristi infatti avevano dichiarato di appartenere alla sezione Yemenita di Al Qaeda. Salvo questi rari casi di “celebrità” questa nazione non esiste.

Nelle ultime settimane uno scenario da guerra civile sembra manifestarsi con crescente intensità.

La presenza di una Arabia Saudita in evoluzione dopo il passaggio di consegne al nuovo leader getta ulteriore tensione nell’aria. Non potendo esser presente in Yemen ho pensato di contattare un esperto, italiano operatore umanitario con differenti anni sulle spalle passati nell’area, per farmi spiegare meglio gli eventi degli ultimi giorni.

Una domanda comune al corso di diritto costituzionale è quella se un paese può sopravvivere senza i suoi principali organi costituzionali. La risposta, spiega Marco Valentini, di stanza a San’a: “No perché in questo caso tutte le attività pubbliche e private inevitabilmente finirebbero per bloccarsi. Da due settimane a seguito della conquista dei palazzi del potere da parte dei ribelli di Al Houti, lo Yemen si trova nella situazione di avere un presidente un primo ministro e l’ intero governo dimissionario è confinato agli arresti domiciliari. Il Parlamento stesso dovrebbe essere considerato decaduto in quanto i termini della legislature sono trascorsi 6 anni fa. Eppure in una situazione come questa nella capitale San’a vige una calma surreale. I pochi manifestanti che sono scesi in piazza a protestare per quello che a tutti gli effetti è un colpo di Stato sono stati picchiati e 30 giornalisti sono stati arrestati.”

Gli stessi oppositori che per lungo tempo hanno sfidato l’autorità del governo ora sono perplessi. “Gli Al Houti stessi sono rimasti spiazzati dalle dimissioni del Presidente e del Governo – continua Valentini-. La loro avanzata dalle roccaforti nel Nord ha sorpreso tutti per rapidità e determinazione. Il loro tentativo di mantenere l’apparenza di uno Stato e delle sue istituzioni ha mostrato la loro debolezza e l’incapacità di rappresentare le istanze di tutta la popolazione. Il loro appartenere alla minoranza zaidi di fede sciita e il loro lottare per ristabilire una teocrazia religiosa basata sul modello dell’imamato che nel novecento ha controllato territori che sono oggi parte dell’Arabia Saudita, gli ha sempre relegati ai margini della società. Nei giorni scorsi gli altri movimenti politici hanno rifiutato di sedere al tavolo delle trattative sotto la minaccia delle armi lasciando i vincitori davanti alla responsabilità di gestire il paese in una fase delicatissima. La loro prima risposta è stata quella di posizionare uomini armati in tutti gli uffici pubblici con l’unico risultato di bloccare completamente l’attivita amministrativa”.

Vi sono analisti che considerano l’aggravarsi della situazione come dato certo nei prossimi mesi. “La capacità militare delle milizie Houti di estendere le operazioni nell’Est e nel Sud è irrealistica dato il loro numero esiguo. Per evitare la scissione dello Yemen del Sud, controllare il paese e soprattutto i pozzi petroliferi hanno quindi bisogno di controllare l’esercito e di conseguenza il Presidente che ne è il comandante supremo. Sabato scorso ha avuto luogo il loro ultimo tentativo e stato quello di indire una conferenza tribale per raccogliere il necessario sostegno per creare un comitato per gestire la situazione. Nel frattempo nel Sud crescono le istanze separatiste volte a ricreare uno Stato indipendente entro il confine di quella che fu la Repubblica Popolare dello Yemen e la lotta condotta da Al Qaeda nella Penisola Araba sia contro gli Al Houti sia contro l’esercito”, conclude Valentini.

Per quanto qui in Italia si fatichi a distinguere tra Oman e Yemen, data l’elevata concentrazione di commercio marittimo, estrazioni petrolifere e tensioni etnico religiose la penisola arabica risulta essere un’area da cui dipendono molti fattori macro economici (l’esempio menzionato della pirateria somala è un caso lampante). La destabilizzazione ulteriore dello Yemen e la caduta del governo regolare potrebbe portare ad un escalation di tensioni nell’intera penisola.

@enricoverga