Forse arrivo un po’ in ritardo, ma vorrei avere qualche riscontro su un tema che mi sta a cuore. Dunque, ho finalmente visto American Sniper. Lo avevo trascurato. Poi anche in seguito all’articolo di Furio Colombo su il Fatto Quotidiano e alla profondità che attribuiva al film, mi sono deciso. Ma la delusione e il fastidio sono stati fortissimi.

Non discuto il valore della riflessione che il film suggerisce, né sono insensibile alle varie suggestioni che circolano attorno al lavoro di Clint Eastwood: bisogna prenderlo come un western – dicono alcuni -, c’è un’identificazione tra il mirino del fucile e la macchina da presa – insinua il mio amico Tonino Repetto, grande esperto di Eastwood, scimmiottando Ghezzi.

Ma se ci concentriamo un momento sul racconto cinematografico, sui suoi tempi, sui modi, sulle figure – è questo che dovrebbe fare la critica cinematografica – troviamo cose orribili. Non è che la regia si lasci andare a qualche luogo comune, è che non se ne perde neanche uno. Vi spiace se li elenco? Si comincia con il padre autoritario che parla per metafore e si prosegue con la deriva del protagonista che si porta in giro il fratellino fragile tra vari rodei e trascura la compagna che in cambio gli fa le corna.

Poi l’arruolamento e l’addestramento nei corpi speciali con l’immancabile quarto d’ora di Ufficiale e gentiluomo. A seguire l’incontro in un bar di quart’ordine con la bella, dapprima riluttante e poi convinta delle intenzioni oneste del soldato. Poi, dopo lo shock delle torri gemelle, la chiamata che arriva proprio durante la festa di nozze (non il giorno prima, non quello dopo) e quattro spedizioni in Iraq.

Quattro “turni interminabili”, per lo spettatore quanto per il cecchino, pieni di tutto il più prevedibile armamentario del war- movie: sparatorie, polvere, sangue, feriti da mettere in salvo, morti da vendicare, nemici subdoli da sgamare riconoscendoli dal gomito del terrorista, urla e strepiti, dialoghi nel più vieto gergo militare (“ricevuto bombarda”, “ ok leggenda”).

Tanto per non farci mancare nulla, c’è anche il momento decisivo in cui l’infallibile cecchino spara il proiettile che, per centrare l’obiettivo a due chilometri di distanza, viaggi al rallenty. Ma tenetevi forte dalle risate: l’eroe è anche sentimentale e mentre con una mano imbraccia il fucile con l’altra tiene stretto il satellitare per parlare, tra un colpo e l’altro, in diretta con la mogliettina in dolce attesa. E piange il telefono.

Poi i turni finiscono, si torna a casa (ma purtroppo non è Coming Home) e comincia un’altra vita, la vita del reduce con tutti i suoi traumi postbellici, ma purtroppo non è I migliori anni della nostra vita. Bisogna insegnare a sparare al figlioletto ormai cresciuto, come impone la tradizione di famiglia, e assistere gli altri reduci mutilati o depressi.

Quando uno di questi, in apparenza il più ben messo, suona al campanello per farsi accompagnare al poligono, lo sguardo della moglie ci fa capire quale sarà il finale. Tutto telefonatissimo e prevedibilissimo, come in una delle famigerate fiction di Rai uno. A quel punto viene voglia di alzarsi e uscire, ma è meglio non farlo: i tre minuti finali con le immagini d’archivio del vero funerale di Kyle sono l’unica cosa buona in più di due ore di film.