Per riassumere quel gran caravanserraglio di rassegna cinematografica che è il Sundance, ideato e fondato nel 1981 da Robert Redford (il direttore odierno è John Cooper ndr), bisogna partire proprio da quello che combina l’instancabile Redford. Nell’edizione 2015, con oltre 150 titoli da poter visionare in una settimana di festival, l’interprete di capolavori come I tre giorni del condor o Come eravamo, si è rimesso ancora in gioco rifacendo quel salto nel vuoto compiuto assieme all’amico Paul Newman nel finale di Butch Cassidy, in originale guarda caso con l’aggiunta nel titolo di “and Sundance Kid”.

Nel film A walk in the woods, proiettato in una speciale serata di gala al Sundance 2015, Redford veste i panni di un camminatore indefesso per migliaia di chilometri attraverso i Monti Appalachi, riattualizzando il libro omonimo di Bill Bryson. Solo che se nel libro Bryson raccontava un sé 44enne in procinto di partire per un viaggio a piedi e zaino in spalla dal Maine alla Georgia senza avere grande cognizione di causa, qui l’adulto è un anziano 79enne che ha bisogno di un amico altrettanto in età come Nick Nolte per non perdersi e arrivare alla meta; anche se lo spirito di avventura ed esplorazione dell’ignoto è lo stesso di Bryson come, per rimanere nella metafora, è identico a quello del suo festival.

“La diversità è qualcosa che crea cambiamento”, ha spiegato Redford nella conferenza stampa d’inizio Sundance 2015. Ed è vero che ogni anno da oltre 30 anni da Salt Lake City passano tra le migliori proposte di cinema indipendente americano e mondiale. Poi certo, l’etichetta di “indipendente”, da quando le grandi major si sono messe a fare concorrenza nei film Usa low budget, non sembra avere più un significato peculiare. Rimane il fatto però che nel tempo l’assioma si è ribaltato: non sono più i film indipendenti a fare il Sundance, ma il Sundance con la sua storia e il suo marchio a rendere “indipendenti” anche quei titoli che forse produttivamente e formalmente non lo sono più da tempo. Vedi Knock knock di Eli Roth, un thriller psicologico alla Polanski intrepretato da Keanu Reeves, modello “quando la moglie è in vacanza”, abbindolato da due belle fanciulle (Lorenza Izzo e Ana de Armas) che gli piombano in casa e gli distruggono la vita.

Identico discorso per Mistress America, già stato acquisito per la distribuzione dal colosso Fox Searchlight dopo cinque minuti dall’anteprima. Il film diretto da un genio oramai piuttosto compreso come Noam Baumbach (Frances Ha) vede ancora Greta Gerwig protagonista. Ancora: Last days in the desert, dell’oramai consolidato regista Rodrigo Garcia – figlio di Gabriel Garcia Marquez – con Ewan McGregor ad interpretare il Gesù nel deserto a contatto col diavolo tentatore per 40 giorni.

Molto più complicato è trovare mercato, invece, per dei veri titoli alla Sundance”, come il fresco vincitore dell’edizione 2015: Me & Earl & the Dying Girl, diretto da Alfonso Gomez-Rejon (più volte assistente alla regia di Scorsese, Iñarritu e Nora Ephron), ma questa volta alle prese con una storia intimista dell’adolescente Greg, ambientata tra il divanetto di casa vista film classici in tv e scuola che non lo comprende. Sembra uscito dalla stessa penna e ambiente il vincitore della sezione documentari: The Wolfpack, la storia dei giovani fratelli Angulo, il cui padre, per paura del mondo esterno, li rinchiude in un appartamento di Lower East Side di Manhattan per anni, rendendo la loro unica esposizione al mondo esterno i film visti in tv.

Ecco questo è il Sundance oggi: la mescolanza di star e/o registi culto che girano film senza grandi produzioni vicini a lavori davvero sconosciuti ma sempre all’interno dell’alveo di una possibile vendita nella grande distribuzione hollywoodiana. Da segnalare in questa controtendenza di significato “indipendente” del Sundance è il documentario che di Alex Gibney (già premio Oscar) che a Salt Lake City è andato per la decima volta con Going Clear: Scientology and the Prison of Belief incentrato sulla confessione di otto ex appartenenti alla setta di Ron Hubbard, e tratto dal libro di Lawrence Wright dove si specificano i legami forti tra Scientology e due dei suoi grandi sponsor hollywoodiani: Tom Cruise e John Travolta.