La morte del reporter giapponese ha suscitato non poche reazioni del premier Abe. Saranno 2,5 i miliardi di dollari che il governo giapponese intende spendere per aiuti umanitari e infrastrutturali nel tentativo di contribuire alla sicurezza e stabilità del Medio Oriente. La guerra allo Stato islamico e, su scala più ampia, al terrorismo internazionale, potrebbe essere però il teatro ideale del ritorno alle armi per il Giappone.

Da tempo il manga Prince Pickles rappresenta la mascotte delle forze di autodifesa. Vestito ora da marinaio, ora da soldato, ora da aviatore, ha avuto un successo clamoroso.

Eppure alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone dopo essersi arreso agli Stati Uniti, si diede una nuova costituzione di stampo pacifista. Gli fu imposto lo smantellamento dell’apparato militare; inoltre si diffuse, tra gli stessi giapponesi, un vasto sentimento di sfiducia nelle forze armate, proprio a causa delle tragedie portate dalla guerra. Si arrivò al famoso art. 9 che prevedeva la costituzione di un esercito di difesa nazionale (Japan Self Defense Forces) la cui unica funzione era quella di difendere il territorio nazionale da eventuali attacchi o invasioni esterne. In particolare, il secondo capoverso recita: “Noi desideriamo occupare un posto onorato in una società internazionale rivolta e decisamente orientata verso il mantenimento della pace e il bando per tutti i tempi dalla terra della tirannia e della schiavitù, dell’oppressione e dell’intolleranza. Noi riconosciamo e affermiamo che tutti i popoli hanno diritto di vivere in pace, liberi dal timore e dal bisogno”.

Gli Usa intanto hanno continuato a mantenere attive numerose basi proprio nel territorio giapponese consolidando un forte legame proprio con la potenza asiatica. Il Giappone in realtà ha delle forze armate proprie, le Japan Self Defence Forces. Come dice il nome, però, esse sono presenti solo per scopi di autodifesa, e di conseguenza sono poco impiegate (un piccolo numero di soldati giapponesi è stato recentemente in Afghanistan, ma con regole d’ingaggio estremamente limitative). Le Jsdf sono forze armate di buon livello, e dal punto di vista tecnologico il Giappone è molto più avanti della Cina. Il problema però è che Jsdf soffrono di una inattività pressoché cronica e di una sfiducia nei loro confronti che le ha rese per anni un’istituzione impopolare.

Tutto questo fino a quando il conflitto con la Cina per la contesa delle isole Senkaku ha rilanciato l’immagine dell’esercito giapponese con un boom di richieste di volontari. A Tokyo si respirò di nuovo aria di militarismo. La pressione cinese che rende sempre più complessi i rapporti tra le due potenze asiatiche e lo shock dello tsunami del 2011 sembravano indirizzare il Giappone sempre più verso una rimilitarizzazione. Ora lo sgomento per la morte del reporter giapponese da parte dei miliziani dell’Isis riapre un dibattito mai chiuso.