Si muovono in modo uniforme e compatto. Come un gruppo di ciclisti, in cui chi sta davanti taglia il vento e scandisce il passo della corsa. O come stormi di uccelli e banchi di pesci, che si spostano in gruppo per confondere i predatori. È la strategia scelta dalle cellule tumorali per migrare da un distretto all’altro dell’organismo e generare metastasi. A descriverla per la prima volta in dettaglio una ricerca italiana dell’Università degli studi di Milano e dell’Istituto firc di oncologia molecolare (Ifom), appena pubblicata su “Current Biology“. Uno degli autori, Giorgio Scita, direttore dell’unità di ricerca Meccanismi di migrazione delle cellule tumorali dell’Ifom, racconta a ilfattoquotidiano.it l’importanza dello studio nel contrasto al cancro.

Cosa avete scoperto nella vostra ricerca?
La malignità di un tumore dipende dalla sua capacità di generare metastasi, che sono la principale causa delle morti da cancro e rimangono la sfida terapeutica più ostica da affrontare. Per acquisire questa proprietà, le cellule tumorali, in particolare quelle più agressive, hanno imparato a utilizzare diverse strategie per spostarsi nei nostri tessuti. Una delle più efficaci è muoversi non come cellule singole, ma come gruppi di cellule tenute insieme da legami fisici e in costante comunicazione le une con le altre.
È proprio nel caratterizzare quest’ultimo aspetto che ci siamo resi conto che cellule maligne di origine linfocitica hanno la tendenza a formare aggregati. Quasi come delle supercellule, in grado di muoversi molto più efficacemente di quelle singole, in risposta a stimoli chimici. Studiando come le cellule si muovono all’interno di questi aggregati, ci siamo resi conto che adottano comportamenti simili a quelli utilizzati da stormi di uccelli o banchi di sardine, e sono capaci di mantenere una perfetta coordinazione dei movimenti.

In che senso le cellule si comportano come pesci o uccelli?
Nei gruppi di uccelli o pesci, nel momento in cui interviene un fattore esterno come la presenza di un predatore, l’intero gruppo altera in modo coordinato il movimento, senza che i singoli componenti perdano il contatto. In maniera analoga, un gruppo di cellule tumorali si orienta in modo coordinato verso uno stimolo esterno, ad esempio una chemochina. La capacità dell’intero gruppo di ruotare consente, ad esempio, di monitorare costantemente la provenienza dello stimolo, e aggiustare il percorso in maniera accurata. Un po’ come quando facciamo una pausa e consultiamo “Google maps”, per accertarci di essere nella giusta direzione, prima di riprendere il cammino.

Come riescono le cellule a fare gioco di squadra?
Abbiamo identificato alcune molecole alla base delle comunicazioni tra cellula e cellula. Una di esse, una molecola di adesione chiamata “LFA-1”, media letteralmente il contatto tra un linfocita B e un altro, consentendo la formazione di aggregati. Se interferiamo con l‘attività di questa molecola, infatti, blocchiamo la capacità delle cellule di comunicare e, pur senza rompere gli aggregati, la motilità del gruppo.

Qual è il vantaggio di questa strategia?
I vantaggi sono principalmente due. Innanzitutto, le cellule aggregate, proprio perché si muovono in modo coordinato come una supercellula, sono in grado di migrare verso lo stimolo chemotattico anche quando è presente in concentrazioni molto basse, non percepibili dalle singole cellule. È come se gli aggregati, una volta percepito lo stimolo, entrassero in autostrada, mentre le singole cellule utilizzassero le tortuose strade provinciali.

E il secondo?
Le singole cellule esauriscono la propria spinta propulsiva, al punto di arrivare a migrare nella direzione opposta allo stimolo chemiotattico, quando questo è presente ad alte concentrazioni. Un fenomeno definito “reverse migration”. Gli aggregati, invece, continuano a muoversi in modo diretto. Utilizzano, cioè, una tecnica simile a quella dei ciclisti, in cui la cellula leader che ha esaurito la propria spinta propulsiva viene sostituita da una adiacente.

Quali sono le prossime tappe dei vostri studi e le possibili ricadute terapeutiche?
Vorremmo riuscire a spiegare come i processi infiammatori, una volta attivati, vengono spenti. Ed estendere le nostre osservazioni ad aggregati di tumori solidi, per esempio alcuni carcinomi, che migrano utilizzando una strategia simile a quella descritta per i linfomi maligni. Interferire con questi processi di aggregazione, che rimangono ancora poco studiati, potrebbe, infatti, fornire una strategia per limitare la diffusione delle metastasi.