Sono preoccupata per domani: devo tenere una lezione e mi chiedo se sarò all’altezza di farlo. Già immagino il volto delle persone che avrò davanti. Spero di non deluderle. Mio marito mi sta accanto con il computer perennemente sulle gambe. Sta con noi, ma non smette mai di lavorare. MaiÈ sabato sera, uno dei rari momenti che riusciamo a ritagliare per noi, per i figli, per la famiglia. Invece eccoci lì: i bambini che guardano un bel film (“Paulie”, la storia di un pappagallo che parlava troppo, ve lo consiglio) e noi, come sempre, pensiamo a domani. Anzi, al domani. Inevitabile; giusto, forse, in qualche misura. 

D’un tratto, però, mi guardo accanto e li vedo: mio marito, il ragazzo che ho conosciuto al liceo. Ce l’ho vicino tutti i giorni, ma d’improvviso mi accorgo che è lui. Proprio lui. Di nuovo, come a vent’anni, provo stupore per la sua presenza che sono abituata a considerare naturale. Normale. E poi loro, i nostri figli. Chi l’avrebbe detto che sarebbero arrivati. Ora mi pare siano così “definitivi”, ma appena dieci anni fa non esistevano.

Allora finalmente metto da parte il mio maledetto libro. Vedo mio marito che per un attimo spegne il computer perché, senza che ce lo dicessimo, ha capito. Certo, bisogna pensare al futuro, perché sarà il tempo dei nostri figli. È giusto insegnare loro a preparare gli anni che verranno. Ma altrettanto essenziale è ricordare ai figli di assaporare quello che hanno. Pensiamo a questo momento. Il futuro chissà se verrà, il presente è qui, tra le nostre mani, sotto i nostri occhi.

Non rimandiamo sempre la felicità a un altro momento perché non sappiamo davvero goderla. In fondo era questo che studiavamo al liceo, che dicevano Epicuro e Orazio: carpe diem. Che ripeteva Goethe: ricordati di vivere. No, non un impeto godereccio e un po’ disperato. Ma la capacità di vedere, sentire, toccare quello che abbiamo davanti a noi. Semplicemente di essere.

Sì, la vita è adesso (sto citando una canzone o una pubblicità?). E nell’attimo in cui lo dico già mi accorgo che la giornata è finita.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 26 gennaio 2015