Un giocatore di poker che fa all-in e vince tutto. Nel day after dell’elezione di Mattarella, Matteo Renzi viene descritto così nel Partito democratico. Il metodo della decisione è stato da rottamatore doc, un blitz inatteso, tanto che alcuni hanno lamentato in privato l’ennesima situazione di scarso dialogo: il presidente del Consiglio ha giocato a rischiatutto, cercando comunque un nome calato dall’alto in grado di creare difficoltà. Dietro alla compattezza di facciata, quindi, il Pd è ancora diviso. Ed è atteso da nuovi test sull’unità. Su riforme e legge elettorale, infatti, non basterà il nome magico di Sergio Mattarella per ricompattare le anime. “Certamente sul presidente della Repubblica è successo qualcosa di importante. Ma alla Camera riproporremo la cancellazione dei capilista bloccati nell’Italicum”, puntualizza Stefano Fassina, esponente della minoranza a ilfattoqutodiano.it. L’ex viceministro rivendica anche la volontà di portare avanti le battaglie della sinistra Pd. Per Renzi il capolavoro del Quirinal Party potrebbe tramutarsi nella più classica vittoria di Pirro. Il numero uno di Palazzo Chigi potrebbe trovarsi compresso tra sinistra e Berlusconi.

Addio soccorso azzurro
L’Italicum sarà fondamentale per comprendere la tenuta del Patto del Nazareno: la trappola prevede qualche modifica alla legge elettorale per fare in modo di rispedirla al Senato. E in questo caso il “soccorso azzurro” a Palazzo Madama – quasi fondamentale – potrebbe diventare una chimera. “Il problema non è tanto la posizione di Berlusconi. Il problema è che lui non controlla più i parlamentari di Forza Italia”, spiegano fonti interne al Pd. Nei giorni febbrili dell’elezione per il Quirinale, il vicepresidente della Camera, il renzianissimo Roberto Giachetti, ha minacciato i forzisti. “Sull’Italicum in aula c’è una maggioranza che può approvare le preferenze e far saltare i capilista bloccati?”, ha affermato aprendo una porta alla minoranza democratica. “In realtà non ci aspettiamo granché”, racconta un esponente della sinistra. “Non è vero che è solo Berlusconi a volere i capilista bloccati. Renzi ha tutto l’interesse di piazzare i suoi fedelissimi in Parlamento. Quindi non credo proprio ci sia la disponibilità a modificare il testo della legge elettorale”, aggiunge un altro parlamentare. La legge elettorale per la “governabilità”, come la descrive Renzi, potrebbe diventare il Vietnam del presidente del Consiglio. Che a quel punto affosserebbe per sempre la riforma costituzionale.

Il grande assente
Pier Luigi Bersani ha avuto un ruolo chiave nell’elezione del nuovo capo dello Stato, garantendo totale lealtà nonostante avesse mille ragioni per tendere un agguato al segretario del partito. Ora, inevitabilmente, deve passare all’incasso. Nell’area post comunista, il nome che praticamente è rimasto ai margini è stato quello di Massimo D’Alema. Lui, il Lìder Màximo, è stato totalmente esautorato da qualsiasi trattativa. L’idea era quella di puntare sul nome di Giuliano Amato, in cima alle preferenze dell’area dalemiana. Renzi ha però giocato d’anticipo sparigliando le carte. Il colpo è stato subito con grande aplomb, perché in fondo Mattarella è un nome stimato. “E forse il premier sottovaluta il giudizio del nuovo capo dello Stato sulle riforme costituzionali. Mattarella, a differenza di Napolitano, potrebbe chiedere modifiche”, spiegano fonti della sinistra dem.

La conta dei Turchi
I Giovani Turchi, l’area che fa rifermento al presidente del partito Matteo Orfini, hanno fatto la “conta” scrivendo “Mattarella S.” sulle schede. Il totale è stato di 61 voti. Qualche mal di pancia, celato in pubblico, si è infatti registrato sul “metodo”, anche se la foto dello scrutinio – che ha immortalato Renzi insieme al ministro della Giustizia, Andrea Orlando – ha avuto un effetto tranquillizzante. I capi corrente hanno gettato acqua sul fuoco, mentre i malumori serpeggiavano. A questo punto è intervenuta la moral suasion di Bersani. “L’ex segretario ha una formazione culturale in cui prevale la disciplina nella Ditta”, spiega un esponente della sua area. Il nome di Mattarella, del resto, andava bene ai Giovani Turchi, ma Renzi non ha badato molto al loro coinvolgimento. Insomma, ha seguito la stessa strategia che ha fatto irritare Alfano e Berlusconi, con la differenza che nel Pd il blitz è stato subito con un sorriso di facciata e senza drammatizzare la cosa. Da qui è nata l’idea dei Giovani Turchi di “contarsi” per far capire il peso nel partito e sui numeri a disposizione in Parlamento. Un’avvertenza sulle future mosse, in particolare sul Jobs Act e sull’Italicum dove c’è attenzione a non cedere su tutta la linea alla posizione renziana. Anche perché, quando si tratterà di indicare il nome di ogni capolista, sarà difficile credere alla parola di “#enricostaisereno” Renzi.

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