Date le premesse, poteva andarci peggio, molto peggio. Per come si era comportato il Presidente del Consiglio, data la compagnia di giro di amici e finti tali dei quali si circonda, visto l’ultimo occupante del Palazzo del Quirinale, poteva finire molto male e per un po’ abbiamo temuto, quando i nomi che circolavano erano quelli dell’ex socialista più italicamente socialista e di qualche «trouble maker» di area cosiddetta cattolica. Renzi non lo confesserà mai, ma il disastro gliel’ha evitato la minoranza del suo partito che l’ha obbligato a non praticare la rianimazione bocca a bocca con il Talleyrand in ribollita, alias Denis Verdini. Sergio Mattarella è una persona perbene, non ha grossi scheletri nell’armadio (speriamo!) e nel suo curriculum ci sono un bel po’ di quelle competenze che un Presidente della Repubblica è meglio abbia per non diventare inconsapevolmente strumento dei giochetti romani. Però, anche se non ci sono particolari ragioni per disperarsi davanti all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica – e parlo come cittadino comune – non vedo nemmeno grandi motivi per esultare, anzi se fossi il Rottamatore, alla sera davanti allo specchio non gonfierei tanto il petto.

Sergio Mattarella rappresenta il trionfo di un modello di classe dirigente, di politico e di uomo che non ci porterà da nessuna parte, perché – anche se il neo Presidente probabilmente ne rappresenta la componente migliore – è proprio grazie a quella stessa classe politica, con quella formazione, proprio con quel curriculum, che siamo giunti nel punto in cui siamo. Cioè con le gomme a terra, culturalmente, economicamente e socialmente.

Il neo Presidente è esponente di punta di un notabilato cattolico palermitano che, meritevolmente, dopo aver convissuto per molti decenni con la mafia – e probabilmente non essere stato del tutto alieno al ripristino del controllo mafioso sul territorio in concomitanza con l’arrivo degli anglo-americani – a un certo punto a partire dalla metà degli anni ’70 finalmente si ribellò e decise di opporsi con maggiore decisione alla mafia, nel momento in cui essa – per così dire – aveva superato i limiti e con nuovi capi esprimeva un’idea di controllo del territorio che non poteva in nessun modo conciliarsi con la presenza di qualsivoglia istituzione democratica fondata sulle leggi, come anche nei momenti di maggiore debolezza l’Italia voleva continuare ad essere.

In altre parole, voglio dire che, come classe politica, la Democrazia Cristiana siciliana del secondo dopoguerra, alla quale apparteneva la famiglia Mattarella, ebbe qualche responsabilità nella crescita del fenomeno mafioso negli anni ’50 e ’60, in alcuni casi particolari e minoritari per una personale collusione di alcuni suoi esponenti con la mafia (e non era certamente il caso di nessuno dei membri della famiglia Mattarella), ma, in senso più generale, sottovalutando il fenomeno mafioso, praticando quella particolare «tolleranza» metodologica democristiana, così elastica sui principi e così poco disposta allo scontro frontale ai primi cenni di corruzione, collusione e affarismo. E alla fine in tal modo la Sicilia (senza accorgersene?) era passata da Salvatore Giuliano a Salvatore Riina, Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano e uomini come Piersanti Mattarella avevano finito per pagare il prezzo più della debolezza passata che della violenza presente.

Ho voluto brevemente schizzare questa fase della storia siciliana per ricordare che con tutta evidenza, contrariamente a quello che scriveva il Pascoli, oggi non «c’è nulla di nuovo nel sole», resta solo l’antico. Un uomo – tra i migliori probabilmente di quel gruppo – esponente di una classe dirigente democristiana, compromessa e in vari gradi disponibile ai compromessi è ora alla guida del nostro paese e lo sarà (a Dio piacendo) fino al 2022. I pochi come il sottoscritto che speravano in qualcosa di nuovo, in qualcuno che magari fosse meglio del proprio paese, della sua classe politica e perfino dei propri cittadini e che li sapesse guidare verso migliori e più rispettose forme di convivenza, sono rimasti delusi.  Chi sperava in una rottura con il passato, chi confidava che il nostro tempo incominciasse a dimostrare di saper produrre una classe dirigente in grado di risolvere i presenti problemi ha dovuto digerire il rospo. Certo era un sogno ma – ci sia concesso – pensavamo fosse legittimo. Pensavamo – come capita in altri paesi – che fosse giunto anche per noi il momento in cui le istituzioni miracolosamente capiscono che è l’ora di fare un salto in avanti. Abbiamo scelto il migliore, forse, ma di un mondo antico, che già ci ha condotti qui e difficilmente da qui ci toglierà.