Sempre meno polvere sotto il tappeto delle banche. E’ quanto chiede il comitato di supervisione bancaria della banca dei regolamenti internazionali, una specie di banca centrale delle banche centrali, che nei giorni scorsi ha inserito un altro mattoncino nell’edificio della nuova regolamentazione del settore conosciuta come Basilea 3 varando le nuove disposizioni in materia di trasparenza delle comunicazioni al mercato relative ai modelli interni di valutazioni del rischio. In altri termini significa che i grandi gruppi bancari che utilizzano dei sistemi “fatti su misura” per calcolare il livello di rischio che sopportano dovranno fornire una serie di informazioni chiare e standardizzate che siano facilmente comparabili a livello internazionale. Già oggi le banche sono tenute a fornire trimestralmente informazione in proposito attraverso la compilazione del cosiddetto modulo “Pillar 3”. Ora il comitato di Basilea interviene per rendere ancora più trasparenti e complete queste informazioni. In particolare agli istituti viene chiesto esplicitamente di rendere le comunicazioni in forma chiara utilizzando un linguaggio semplice, facilmente comprensibile per investitori, azionisti e analisti. Gli elementi chiave devono essere posti in risalto e devono essere ben descritti i cambiamenti nell’esposizione al rischio. Le nuove regole dovranno essere pienamente recepite entro la fine del 2016. Si spera così di scongiurare il ripetersi della situazione che si era creata dopo la crisi del 2008 con la totale paralisi del credito tra le diverse banche perché nessuno si fidava più a prestare soldi non sapendo quale fosse la reale situazione finanziaria della controparte.

L’aspetto della comunicazione finanziaria è però solo uno dei tre grandi capitoli in cui si articola la riforma di Basilea 3. Il primo (pillar 1) riguarda i requisiti patrimoniali che le banche sono tenute a soddisfare. Fondamentalmente la quantità di capitali propri di cui una banca dispone per far fronte a eventuali perdite e superare fasi di turbolenza finanziaria. In particolare viene chiesto alle banche di disporre entro il 2019 di un capitale che valga almeno il 7% degli attivi ponderati per il loro livello di rischio (la Commissione Ue ha alzato al 9% il requisito per le banche europee). Se si tratta di grandi gruppi (banche dette sistemiche perché il loro eventuale fallimento comporta rischi per la tenuta dell’intero sistema finanziario) l’asticella dale sale al 9,5 per cento. La ponderazione per il rischio è stata comunque oggetto di numerose critiche poiché si presta facilmente a manipolazioni. Inoltre quando una banca sostiene di disporre di capitale pari al 10% degli attivi valutati in base al rischio significa che in realtà il patrimonio vale circa il 2/3% dei tutti i suoi asset (prestiti, investimenti etc). Un livello da molti considerato troppo basso poiché se gli asset perdono il 3% del loro valore complessivo (come è accaduto in diversi casi dopo il 2007) la banca diventa tecnicamente insolvente. Anche per questa ragione lo scorso anno il comitato di Basilea ha modificato il suo approccio chiedendo alle banche munirsi entro il 2017 di un capitale che sia pari in ogni caso ad almeno il 3% degli attivi indipendentemente dal loro livello di rischio. Il secondo capitolo (pillar 2) riguarda invece i rapporti tra la singola banca e le autorità di vigilanza a cui vengono attribuiti maggiori poteri di intervento. La situazione specifica di un istituto può infatti indurre la vigilanza a chiedere requisiti patrimoniali superiori a quelle minimi previsti dal ‘pillar 1’. Il terzo è appunto quello della comunicazione ai mercati sui modelli di rischio. La riforma di Basilea 3 dovrebbe entrare pienamente in vigore entro 2019. Una messa a regime molto diluita nel tempo e anche per questo criticata.