Si è svolta domenica scorsa a Roma con la partecipazione di settemila persone la corsa per Miguel, iniziativa volta a commemorare Miguel Sanchez, podista e poeta argentino rapito da un gruppo paramilitare il 9 gennaio 1978, uno degli oltre trentamila desaparecidos, militanti della sinistra e semplici cittadini fatti sparire dalla giunta militare.

E’ molto importante tenere viva la memoria sui crimini commessi dalle giunte militari in America Latina negli anni Settanta con l’appoggio degli Stati Uniti. Così come continuare a chiedere ed ottenere giustizia nei confronti dei responsabili.
Si segnalano al riguardo due controverse decisioni con le quali la Corte di Cassazione ha respinto l’estradizione in Argentina che era stata chiesta nei confronti di due dei presunti autori di alcuni di tali crimini: il tenente colonnello a riposo Carlos Luis Malatto, accusato di sequestro, tortura e omicidio nei confronti di nove persone, e il cappellano militare Franco Reverberi Boschi, che avrebbe assistito a varie sessioni di tortura. Un gruppo di argentini residenti in Italia ha redatto al riguardo una lettera aperta alle istituzioni italiane, esprimendo il timore che il nostro Paese si trasformi in una sorta di zona franca per assassini e torturatori in pensione.

Comincerà il 12 febbraio a Roma, presso l’Aula bunker di Rebibbia, il processo contro i militari cileni e di altri Paesi latino-americani colpevoli della sparizione e uccisione di vari militanti italo-cileni dopo il golpe dell’11 settembre 1973, fortemente voluto e organizzato dall’allora Segretario di Stato statunitense Kissinger. Si tratta di un’importante occasione per rendere giustizia a coloro che all’epoca furono vittime di una violenza fascista brutale punendo i responsabili della loro morte.

Sono passati oltre quarant’anni oramai da quegli avvenimenti e, dopo il periodo dei crimini delle giunte militari e quello altrettanto buio delle micidiali ricette neoliberiste, l’America Latina vive oggi una stagione di avanzamenti democratici e sociali, che la pongono all’avanguardia su scala mondiale su di una serie di temi.

I fantasmi del passato sembrano essere ridotti al ruolo di larve fastidiose ma inoffensive. Come quei cinque attempati signori, esponenti della destra, che si sono dati convegno a Caracas per perorare la causa del golpista fallito Leopoldo Lopez, con scarso gradimento della critica e del pubblico. Colpisce ad ogni modo la protervia con la quale alcuni settori dell’apparato statunitense continuano un’opera di destabilizzazione nei confronti di taluni Stati latinoamericani che non ha nulla da invidiare a quella criminalmente operata a suo tempo da Kissinger e Co.

In occasione della recente riunione della Celac (organizzazione regionale per l’America Latina e i Caraibi) vari Capi di Stato latinoamericani hanno denunciato questi atteggiamenti di stampo neocoloniale del tutto anacronistici chiedendo la fine effettiva del bloqueo nei confronti di Cuba e il suo depennamento dalla lista dei Paesi che appoggiano il terrorismo (!) stilata da Washington, come pure delle sanzioni nei confronti del Venezuela.

Sarebbe il caso di porre fine una volta per tutte a queste dannose ingerenze. Il consolidamento delle conquiste democratiche e sociali effettuate deve essere legato al rispetto dell’autodeterminazione dei popoli latinoamericani e della sovranità degli Stati dell’area, un dato che ancora qualcuno a Washington evidentemente fa fatica ad acquisire. Il passo coraggioso compiuto da Obama in direzione di una nuova relazione con Cuba e tutta l’America Latina deve essere consolidato. Come affermato da Raul Castro: “Il ripri­stino delle rela­zioni diplo­ma­ti­che è l’inizio di un pro­cesso verso la nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti bila­te­rali, ma que­sta non sarà pos­si­bile fin­ché esi­ste il blo­queo, fin­ché non viene resti­tuito il ter­ri­to­rio ille­gal­mente occu­pato dalla base navale di Guan­ta­namo, fin­ché non ces­sano le tra­smis­sioni radio e tele­vi­sive che vio­lano i trat­tati inter­na­zio­nali, fin­ché il nostro popolo non ottiene una giu­sta com­pen­sa­zione per i danni umani ed eco­no­mici sof­ferti”.