Sergio Mattarella è stato eletto alla quarta votazione con 665 preferenze. Ed è stato proclamato dodicesimo presidente della Repubblica italiana. Il nuovo capo dello Stato ha ottenuto alla quarta votazione il 65,9% dei voti dei grandi elettori, 665 su 1009 disponibili. E’ nono nella “classifica” dei presidenti della Repubblica per percentuale di voti, guidata da Sandro Pertini (83,6% al sedicesimo scrutinio), Francesco Cossiga (77% al primo) e Giuseppe Gronchi (74,5% anche lui al quarto). Per numero assoluto di consensi, invece, la terza piazza è occupata da Giorgio Napolitano al secondo mandato (738, dopo gli 832 di Pertini e i 752 di Cossiga).

Solo tre presidenti della Repubblica sono stati eletti alla prima votazione (De Nicola, Cossiga e Ciampi), mentre il maggior numero di elezioni è avvenuta, come oggi, al quarto scrutinio: Luigi Einaudi, Gronchi, Napolitano al primo mandato e Mattarella). Il record degli scrutini necessari per eleggere un presidente tocca a Giovanni Leone con 23 votazioni, seguito da Giuseppe Saragat con 21 e da Pertini e Oscar Luigi Scalfaro con 16.

Ecco la “classifica” con i numeri dei 12 presidenti e delle 13 elezioni
Sandro Pertini 83,6% 832 voti su 995 – 16esimo scrutinio
Francesco Cossiga 77,0% 752 voti su 977 – primo scrutinio
Giuseppe Gronchi 74,5% 658 voti su 883 – quarto scrutinio
Giorgio Napolitano (2) 74,0% 738 voti su 997 – sesto scrutinio
Enrico De Nicola 72,8% 405 voti su 556 – primo scrutinio
Carlo Azeglio Ciampi 71,4% 707 voti su 990 – primo scrutinio
Giuseppe Saragat 68,9% 646 voti su 937 – 21esimo scrutinio
Oscar Luigi Scalfaro 67,1% 672 voti su 1.002 – 16esimo scrutinio
Sergio Mattarella 65,9% 665 voti su 1.009 – quarto scrutinio
Luigi Einaudi 59,4% 518 voti su 872 – quarto scrutinio
Giorgio Napolitano (1) 54,8% 543 voti su 990 – quarto scrutinio
Mario Segni 52,6% 443 voti su 842 – nono scrutinio
Giovanni Leone 52,0% 518 voti su 996 – 23esimo scrutinio

La storia degli 11 predecessori di Mattarella
Il primo capo dello Stato provvisorio fu Enrico De Nicola, eletto il 28 giugno 1946 dall’assemblea Costituente con 396 voti su 501. De Gasperi dovette insistere molto per vincere la sua perplessità ad accettare la candidatura. Liberale fedele alla monarchia una volta eletto arrivò a Roma sulla sua automobile e rifiutò di insediarsi al Quirinale. Rinunciò anche allo stipendio da presidente.

Il suo successore fu Luigi Einaudi, eletto l’11 maggio 1948. Era un esponente del partito liberale, ministro del Tesoro e governatore della Banca d’Italia. Si votò due volte al giorno. Solo 4 scrutini (prese 518 voti su 871 votanti) per una durata complessiva 10 ore e 25 minuti. Nelle prima votazioni naufragò la candidatura del candidato indicato da De Gasperi, il repubblicano Carlo Sforza, ministro degli Esteri, impallinato dalla sinistra Dc.

Il 28 aprile 1955 a salire al Quirinale fu Giovanni Gronchi, democristiano. Anche per lui solo 4 scrutini (prese 658 voti su 833 votanti) e passaggio alla prima votazione a maggioranza assoluta. Gronchi fu imposto dai franchi tiratori della destra Dc che avevano bocciato nei primi scrutini il candidato ufficiale scelto da Fanfani, Cesare Merzagora. Scaduto il settennato Gronchi, venne eletto come quarto capo dello Stato Antonio Segni, il 6 maggio 1962. Si votò anche tre volte in un giorno. Arriviamo con lui a 9 scrutini (prese 443 voti su 842 votanti). Candidato ufficiale della Dc, fu eletto senza imboscate di franchi tiratori, ricostruisce l’Ansa.

Il 28 maggio 1964, sale sul Colle Giuseppe Saragat, ex segretario del partito socialdemocratico e ministro degli Esteri. Si votò, oltre che alla vigilia, anche il giorno di Natale. Furono necessari 21 scrutini (prese alla fine 646 voti su 927 votanti). Nelle votazioni andate a vuote non riuscì a imporsi il candidato ufficiale della democrazia cristiana Giovanni Leone, per l’ostilità del gruppo di Fanfani.

L’elezione di Leone arriva 7 anni dopo, il 24 dicembre 1971. E viene accompagnata da un record: 23 scrutini (prese alla fine 518 voti su 996 votanti). Superò il quorum con uno scarto di soli 13 voti. Leone fu scelto dopo che che andò a vuoto il tentativo di Amintore Fanfani di farsi eleggere.

L’8 luglio del ’78 viene invece eletto Sandro Pertini, settimo presidente della Repubblica. Ci vollero 16 scrutini (prese 832 voti su 995 votanti, record di preferenze ancora imbattuto). Fu il primo socialista a essere eletto al Quirinale: ma il primo a indicarlo non fu il segretario del Psi Craxi, bensì il comunista Berlinguer. Il 24 giugno ’85 sul Colle torna a salire un democristiano, Francesco Cossiga. Un’elezione rapidissima la sua: tre ore esatte e un solo scrutino (prese 752 voti su 979 votanti). La sua candidatura fu costruita dal segretario Dc Ciriaco De Mita, che riuscì a convincere tutti i partiti.

Il suo successore fu un altro democristiano, eletto il 25 maggio 1992: Oscar Luigi Scalfaro. Ma la sua investitura fu più complicata. Si dovette aspettare il sedicesimo scrutinio (prese 672 voti su 1002 votanti). L’elezione fu accelerata dalla strage di Capaci: nei giorni precedenti il Parlamento aveva bocciato la candidatura del segretario della Dc Arnaldo Forlani, non votato dagli amici di Andreotti che si vendicarono per la mancata candidatura del loro leader.

Come decimo presidente della Repubblica venne eletto, il 13 maggio del 1999, Carlo Azeglio Ciampi. Record assoluto di velocità: solo 2 ore e 40 minuti per far partire il settennato dell’ex Governatore della Banca d’Italia. Un solo scrutinio (prese 707 voti su 990 votanti). Sulla sua candidatura accordo trasversale tra Veltroni, Fini e Berlusconi.

Il 10 maggio 2006 viene eletto per la prima volta Giorgio Napolitano. Elezione rapida, al quarto scrutinio (prese 543 voti su 990 votanti). Il primo ex comunista a salire al Colle, fu votato dalla maggioranza di centrosinistra, con l’astensione del centrodestra.

Sette anni dopo, tocca ancora a Napolitano tornare a rivestire la carica di capo dello Stato. Viene rieletto il 20 aprile 2013 al sesto scrutinio con 738 voti su 997 votanti. Al primo scrutinio fu “bruciato” Franco Marini che con 521 voti non passò il quorum dei due terzi richiesto. Ancora peggio andò a Romano Prodi che al quarto scrutinio prese solo 395 voti, tradito da 101 parlamentari del Pd.