Oggi Sergio Mattarella sarà eletto dodicesimo presidente della Repubblica oppure salta tutto. Come sempre a parlare saranno i numeri che nei tre scrutini con il quorum a quota 673 hanno già detto qualcosa. Che, per esempio, le schede bianche, di poco, ma sono progressivamente calate (538, 531, 513) mostrando qualche piccola crepa nel Pd. Che i voti dispersi e nulli, di poco ma sono cresciuti (81, 87, 97). Se si tiene conto che il quorum, da stamane, scende a quota 505 e che la carta Mattarella può contare sui circa 570 voti di Pd, Sel e centristi ma che la somma dei voti in libera uscita è 122, ecco che per il candidato siciliano la situazione non sembra del tutto rassicurante.

Si comprendono perciò le pressioni di Matteo Renzi (spalleggiato dicono da Giorgio Napolitano) sul suo ministro dell’Interno Angelino Alfano affinché non faccia storie e metta i 75 voti di Area popolare a disposizione della causa comune. Cosa che puntualmente avverrà anche se con qualche defezione.

A quel punto e se i plotoni dei cecchini in agguato non si trasformano in armata è molto probabile che Mattarella ce la farà al quarto scrutinio, come del resto il premier aveva predetto. Ciò non significa che tutto sia andato liscio per il governo e per la sua maggioranza.

Primo. Se Mattarella salirà al Colle con un margine di consensi modesto si presenterà come un presidente degno dell’incarico ma non certamente come un presidente forte e rappresentativo di tutto il Parlamento. È vero che anche Napolitano, la prima volta, non ebbe un plebiscito (543 voti su 990) ma si trovò ad affrontare un quadro politico meno frammentato e rissoso di quello attuale.

Secondo. Eletto Mattarella, Renzi avrà portato a casa il risultato ma con molti cocci da riattaccare. Con Berlusconi, innanzitutto, che mentre Forza Italia è a rischio implosione ha bisogno di esibire come scalpo un Patto del Nazareno riveduto e corretto a suo favore. Senza l’appoggio del pregiudicato, infatti, Renzi rischia di non avere la maggioranza necessaria per l’approvazione definitiva dell’Italicum e di quell’impresentabile pasticcio che lui e la Boschi chiamano riforma costituzionale.

Terzo. Anche il soccorso azzurro di Alfano avrà un prezzo e se lo statista di Rignano intendeva, come dicono, togliere qualche ministero al sopravvalutato partitino centrista, ora sarà lui ad abbassare le penne. Tutto questo se oggi le cose vanno bene per Renzi. Se vanno male, avremo tempo di parlarne.

Il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2015