“Nemo propheta in patria”. Talvolta però, in campo artistico, l’Italia si smentisce come divoratrice di figli e riconosce il valore di alcuni connazionali che vivono e suonano all’estero, e con fatica si sono ritagliati un’ampia fetta di popolarità. È la storia di Emma Tricca, italiana di nascita e londinese d’adozione, attualmente una delle più apprezzate voci del folk britannico. In queste settimane sta toccando molti club italiani per presentare il suo “Relic” (Finders Keepers, 2014), accolto da un’ovazione dalla stampa specializzata estera e italiana, in linea con quanto accaduto con “Minor White”, il suo debutto da solista del 2009.

Abbiamo incontrato la cantautrice al Teatro Lux di Pisa, in un set essenziale con voce, chitarra e basso elettrico. I modi, l’accento e il look tradiscono un’artista british a tutto tondo. Ma emerge anche un calore mediterraneo dalla sua tenuta di palco, superando il cliché del cantautore racchiuso in se stesso e aprendo un dialogo emotivo, persino autoironico, con il pubblico. “Il folk per me è una chiamata quasi religiosa, una missione” ci ha raccontato. Prima di arrivare sui palchi del Manchester Apollo e della Royal Albert Hall, la “vocazione” della Tricca scocca con l’incontro in gioventù di due monumenti del folk: John Renbourn e Odetta. Fu quest’ultima ad esortare Emma a trasferirsi in Inghilterra per studiare e potenziare il suo talento.

L’emigrazione artistica non è una ricetta valida per tutti. “Se una persona pensa che debba andare fuori per imparare nuove cose, arricchirsi, è una cosa che consiglio assolutamente. Però – aggiunge la Tricca – questo è un momento storico strano. Pochi giorni fa ho incontrato James Taylor, che mi ha chiesto come si fa entrare nel music business di questi tempi. È stato uno dei miei vati a dirmi come sia difficile entrare nel mondo della musica. Ora più che mai mi sento di dire agli artisti di guardarsi dentro e di seguire la spinta interiore”.

Anche se Londra è un osservatorio privilegiato sulla “fuga dei cervelli”, per la folk singer non è un fenomeno del momento. “Mio nonno ha fatto parte dei ragazzi di via Panisperna, ed è andato a ultimare i suoi studi a Berlino. Parliamo di metà anni Venti. Pure Fermi emigrò. Questa è la storia del nostro Paese, ci sono state continue immigrazioni ed emigrazioni. Io sono cresciuta un po’ dappertutto, mi sento un po’ cittadina del mondo, quindi questa cosa mi fa impressione sino a un certo punto. Talvolta però è bene tornare a casa, soprattutto se ti mancano le radici”. Tra l’industria musicale inglese e quella italiana trova molte affinità. “Stiamo uscendo dagli schemi del denaro e della cocaina degli 80’s. Posso citare Leo Pari, il mio cantautore italiano preferito, uno di quei talenti che risuona della purezza di un cantautorato italiano di oltre trent’anni fa. Questa cosa la sto ritrovando un po’ dappertutto. Il music business sta tornando ad essere ciò che era a metà anni ‘50. Da un altro punto di vista gli artisti hanno più coscienza manageriale, da qui l’indipendenza”.

Secondo la cantautrice è “impossibile pensare alle persone che non siano in contatto con le proprie emozioni”. Infatti, a proposito dei suoi live italiani, ci confessa: “Non capisco mai se il pubblico si sta annoiando, oppure se si sta emozionando. Questo lo capisco alla fine della serata e il giorno dopo, dai riscontri che ricevo. Ti assicuro che il pubblico italiano è un pubblico timido perché disabituato a questo tipo di cose. Ma sta crescendo l’attenzione al cantautorato. Stiamo smettendo di vergognarci delle nostre emozioni, anche se abbiamo vissuto in un Paese che è stato radicalmente cambiato dalle tv di Berlusconi, che ci hanno portato al conformismo”.
Sul folk di oggi, che vive dentro i club e assume forme orchestrali come nel chamber folk americano, la Tricca si sbilancia: “È una cosa straordinaria. Devo ancora vedere che direzione sta prendendo in Italia, ma sta crescendo un senso della comunità tra musicisti. È il futuro dal punto di vista emotivo, artistico, economico”.