Ho l’impressione che in Europa, o almeno in Italia, non sia stata percepita l’importanza di un riavvicinamento tra la più forte (ancora per quanto?) superpotenza del mondo e la più popolosa democrazia del globo. C’è da eleggere un Presidente della Repubblica, da noi, e l’attenzione è come sempre prevalentemente assorbita dalla politica interna, in questo caso per un motivo più serio del solito.

Eppure questo viaggio da poco concluso di Barack Obama in India ha un significato geopolitico di cui vedremo i risultati nei prossimi due anni. Certo, Obama è arrivato qui con tutto il suo seducente charme danzante. Ha emozionato con qualche battuta e sorriso. Ha scosso l’India ricordando figure importanti, l’influenza di Gandhi su Martin Luther King, il ruolo del guru Vivekananda e lo yoga in America, ma soprattutto, con un discorso che ricordava i punti in comune tra la più antica democrazia moderna e la più numerosa, ha ricordato che il nipote di un cuoco, cresciuto alle Hawaii, e il figlio di un venditore di thè, si trovano ora a capo di queste nazioni.

Gli americani, così come i “nuovi” indiani, apprezzano questa storia dalle stalle alle stelle. Sono segni tangibili di un progresso sociale giusto e indispensabile, per quanto tardivo e ancora lento in India. Poi, a ben scrutare queste “democrazie rispettose dei diritti civili,” magari si scoprono i massacri di mussulmani in Gujarat nel 2002 (stato all’epoca governato da Modi stesso), le guerre in Kashmir, i ribelli naxaliti, e gli innocenti civili provenienti dagli stati Nordorientali che vengono uccisi per le strade di Delhi per la forma dei loro occhi “troppo da cinesi.” Mentre in America i fuochi di Ferguson, di New York e del Missouri bruciano ancora, illuminando ineguaglianze sociali e razzismi non degni della tradizione democratica sognata dai padri fondatori.

Sicuramente qualche affare si è concluso in questa visita. Si è deciso quasi definitivamente di limitare la responsabilità delle società straniere fornitrici di materiale per le centrali nucleari indiane. Se dopo l’imminente sviluppo di nuove centrali ci sarà un’altra Fukushima (nella nazione che ancora ricorda Bhopal), ora un fondo comune di assicurazione pagherà i danni, senza responsabilità penali. Ma Obama ha promesso 4 miliardi di dollari in investimenti. Ok, thank you, ma il Giappone ne ha promessi 35 di miliardi.

Però la promessa di partecipare al risveglio della New India c’è. L’economia indiana è un quinto di quella cinese. Gli Stati Uniti vogliono contribuire a portare l’India a un Pil che sia un terzo di quello della Cina. E promettono di spingere la candidatura indiana al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (per quel che ancora conta quest’istituzione).

Investimenti, partnership, sventolamenti di slogan come “Make in India” che si può tradurre con: “venite a produrre qui.” Ma intanto il materiale per le centrali sarà “Made in Usa”.

Barak Obama fa la sua lezioncina prima di volare al funerale del principe saudita. “Avrete successo se non vi dividerete,” ammonisce forse proprio per le accuse di islamofobia mosse a Modi dalla lobby mussulmana. “L’articolo 25 garantisce la libertà di culto”, ricorda forse anche in difesa dei cristiani. Ma forse in tutto questo dimentica che la costituzione qui è quella di una Repubblica Socialista, dettaglio che nella nuova India di Modi tutti sembrano voler dimenticare. Questa Repubblica Socialista era il faro delle nazioni non-allineate . Ricordate la Yugoslavia, l’Albania…non erano né con la Russia né con gli Usa. Ma per decenni l’India è stata ben più vicina all’Urss che non agli Usa.

Ma ora è la Cina che minaccia. Spinge lassù a nord con qualche sconfinamento nell’Himalaya. Pattuglia i mari, finanzia porti nello Sri Lanka, si assicura “accessi al mare” ovunque per le esportazioni e per importare materie prime, accerchia l’India costruendo sodalizi anche sulle coste del Pakistan: lenta, tranquilla, decisa. Ed è per questo che l’inchino a Obama farà riverberare l’aria fino a Pechino, dove la vittoria di Modi, un indiano che fino all’anno scorso era persona non grata negli Stati Uniti proprio per i massacri del 2002, aveva fatto sperare tutt’altro esito diplomatico che non Barack Obama (B.O.) a braccetto con Modi (MO). Bo & Mo, così li hanno soprannominati i media indiani.

Si abbracciano all’aeroporto. Si amano. Si piacciono. Anche se Obama tra gli abbracci non si è accorto di quel “Narendra Damodardas Modi” iscritto nell’abito blu del suo nuovo amico, ben nascosto tra le righe bianche del suo gessato più da sbruffone bauscia brianzolo, che non da leader noto per l’eleganza indù.

Ma c’è qualcosa di vero in quell’abbraccio tra un conservatore nazionalista indù ammiccante al libero mercato e al big business e quel presidente Democrat che si è comunque battuto per un Medicare (per quanto indebolito e contestato) che un Repubblicano non avrebbe mai difeso. Nell’abbraccio tra Bo & Mo c’è la fine di un antico anti-americanismo che questa volta non ha tirato fuori nessun fantoccio dello zio Sam da bruciare. Perché questa volta si è rinfocolato un “guardare all’America” che già era nato nel furore della “New India” che qualche rallentamento economico ha reso non più così “New”.

È un segnale al mondo degli affari che dice questo: tra India e America, d’ora in poi, ci saranno consultazioni ad alto livello, ci si parlerà prima che si sviluppino le crisi, si risolveranno i guai in privato non con le indiscrezioni ai media. Sembra poco, ma per chi deve muovere milioni di investimenti vale più di una garanzia. L’obiettivo è far crescere l’India oltre il 7 per cento all’anno. E far guadagnare soldi a tutti. Quelli che già ne hanno tanti, naturalmente.

“La Russia è un bullo”, ha detto Obama, causando forse qualche difficoltà tra Delhi e Mosca. E il ruolo dell’India in quella che il presidente americano chiama l’“Asia Pacific” è importante perché “la libertà di navigazione sia garantita e le dispute risolte pacificamente”. Forse l’Europa potrebbe alzare la mano e ricordare i marò, in questo contesto. Ma tutti pensano subito allo Sri Lanka e a Burma dove Pechino investe per ampliare la sua influenza.

Nel gioco a scacchi che si sviluppa attorno all’Oceano Indiano e all’Oceano Pacifico, Barack Obama ha appena portato qualche nuovo pezzo. Vedremo a breve con quali reazioni e quali risultati.