L’Italicum è passato in seconda lettura al Senato e ora manca solo l’ultimo passaggio alla Camera. La minoranza Pd come tutto faceva presagire non ha votato contro e non ha partecipato al voto facendo abbassare il numero legale. Renzi esulta, prima di andare ad incontrare nelle sue inedite consultazioni per il Quirinale i capigruppi di FI e i fuoriusciti last minute del M5S che sembrano pronti e orgogliosi di dargli una mano, e anche questo non era molto imprevedibile. Il ministro Boschi ripete che la maggioranza, intendendo quella ufficiale di governo al netto di FI, era comunque autosufficiente.

Ma nonostante la sicurezza di portare a casa l’Italicum,  nella cosiddetta norma di coordinamento, concepita per sanare precedenti errori, l’accorta Anna Finocchiaro, sempre nelle terne e quaterne giornaliere dei “quirinabili”, ha ritenuto opportuno infilare emendamenti già bocciati, trasformandola di fatto in un maxi-emedamento.

Le opposizioni hanno denunciato un’approvazione “a colpi di imbrogli” e a maggior ragione chiedono per il Quirinale un nome indipendente ed autorevole che offra garanzia di autonomia rispetto al governo che, come ha detto testualmente il capogruppo di Sel Nicola Frantoianni, procede sulle riforme come si trattasse di decreti-legge fondati sulla necessità e l’urgenza.

Ma Matteo Renzi, personificazione più che rappresentante del governo sta gestendo le inedite “consultazioni” per il Quirinale come una cosa sua, del Pd e del suo principale partner di governo temporaneamente parcheggiato all’opposizione. Il fatto che a meno di 48 ore dall’inizio delle votazioni e prima dell’ultimo incontro con B., che alla passerella rituale ha mandato i fedelisimi Toti e Bergamini, Renzi non abbia fatto pubblicamente nessun nome mentre ha indicato da quasi un mese la quarta votazione, con la maggioranza semplice, come quella “buona”, spiega in modo chiaro come e con chi vuole eleggere il nuovo presidente.

Solo che sembra l’abbia capito solo il M5S che non si è prestato agli incontri del nulla da cui si evince che il nuovo presidente sarà “un politico” e verrà eletto dopo tre scrutini inutili, alla faccia della Costituzione, quando i voti di Pd e di FI saranno sufficienti. Conseguentemente il M5S viene additato come disfattista, sabotatore, irresponsabile ed i sostenitori che non hanno gradito vedere “i dissidenti” già accasati al Nazareno sono stati bollati come “squadristi” dal presidente-commissario del Pd romano Matteo Orfini.

Per quello che contano i nomi che continuano insistentemente a girare a tre giorni da sabato, che sarebbe il primo giorno buono (e anche l’ultimo qualora un granello di sabbia inceppasse l’ingranaggio predeterminato) e cioè quelli di Giuliano Amato, Piero Fassino, Anna Finocchiaro hanno tutti come comune denominatore il gradimento interno al Pd. In pochi, con l’eccezione di Civati e dei suoi li impallinerebbe a cuor leggero, pur nel segreto dell’urna.

E hanno soprattutto come comune denominatore anche l’altro requisito fondamentalissimo, anzi il prerequisito: quello di essere “rasserenanti” per il pregiudicato, affidato ai servizi sociali che vede in queste ora allontanarsi l’agognata fine anticipata dell’affidamento, visto il doveroso parere negativo espresso dalla procura.

Certo avere Giuliano Amato sarebbe per Berlusconi il massimo dopo aver dovuto rinunciare a D’Alema. Ma nemmeno Anna Finocchiaro gli è sgradita, e non per via del fatidico carrello, ma per la sua ostentata sintonia bipartisan a difesa del “primato della politica” contro “il protagonismo giudiziario”, ribadito recentemente anche come firmataria dell’ emendamento per estendere l’immunità ai non eletti del nuovo Senato. Come Fassino di cui Berlusconi “si può fidare”, per non essergli mai stato ostile sul fronte giustizia, tantomeno quando era Guardasigilli: e l’attuale sindaco di Torino si è affannato a ricordarglielo in questi giorni.

A proposito di come si stanno muovendo con il loro affiatatissimo pas de deux Matteo e Silvio qualcuno ha detto, con lucidità che “la carta del candidato viene tenuta coperta dai ‘sequestratori’ del voto” per il noto fine di eleggerlo come piace a loro. Ma il giudizio non è di Grillo o Casaleggio bensì  dell’ex ministro socialista Rino Formica che  ha pronosticato pure in un’intervista al QN che il prossimo inquilino del Quirinale sarà “un ex-DS di terza o quarta fascia servizievole con il premier e caritatevole verso l’ex-premier”.  Ovviamente ci auguriamo che abbia torto.

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