“Ho guardato il sole sul fiume e mi sono sentita piena di gioia e più forte”, mi ha detto una mia paziente.

Contemplare o creare la bellezza fa bene perché consola e restituisce energia, anche morale. Lo sapeva quel prigioniero di Mauthausen che, finché ne fu in grado, la sera nella baracca recitava poesie. Forse pensava che se un essere umano può diventare un nazista o un tagliatore di teste, un essere umano può però anche dipingere la “Madonna del parto” e scrivere “I sepolcri”.

Bellezza

Certo la bellezza è un’idea soggettiva e non tutti la troviamo nelle stesse cose, ma ognuno di noi può andare alla ricerca di quella particolare armonia o disarmonia che inchioda la sua attenzione. Non è necessario girare per musei, andare nei mari del sud o sulle Dolomiti: possono essere lo scorcio di una piazza, un violinista di strada, un albero, una ragazza che danza sullo skate, il coro del Nabucco a dirci la bellezza. Qualche volta capita persino in discoteca di vedere, in mezzo agli allegri gorilla in crisi psicomotoria, la meraviglia di un corpo che esprime grazia e leggerezza.

Albert Camus pensava che “la bellezza non fa le rivoluzioni, ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza”. Non so se sono d’accordo, la bellezza mi sembra un possibile agente trasformatore, non fa le rivoluzioni, ma è di per sé potenzialmente rivoluzionaria. Non solo perché ci fa vedere e sentire come potrebbe essere il mondo che abitiamo, ma anche perché esistono bellezze terribili che più di mille discorsi possono indirizzare le nostre vite.

Un giorno una ragazzina, di fronte alla “fucilazione” di Goya, rimase impietrita: quel ragazzo in piedi, disperato, di fronte ai fucili dei soldati, con le braccia aperte alla morte, stava cambiando per sempre il suo modo di intendere la giustizia.

La bellezza salverà il mondo come pensava Dostoevskij? Non lo so, ma senza la bellezza non riesco a immaginarne un senso.

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 19 gennaio 2015