Vincenzo-Consolo-libroAnni fa proposi a un supplemento culturale italiano un pezzo su quello che ritenevo, e che a tutt’oggi ritengo, uno dei più importanti autori italiani del secondo Novecento: Vincenzo Consolo. La risposta fu negativa: di Consolo non si poteva parlare in quanto “è troppo di nicchia”. Dopo pochi mesi, il supplemento culturale fu chiuso. Quello che conta, adesso, è che L’opera completa di Vincenzo Consolo esca finalmente nei Meridiani Mondadori, grazie alla cura e alla curatela di Gianni Turchetta.

In vita, me lo raccontano i suoi amici, Consolo aveva sempre desiderato di vedere la sua opera in questa storica collezione dell’editoria italiana. Purtroppo non fu così: Consolo morì il 21 gennaio 2012 e non vide mai il suo Meridiano. Da Segrate giunse invece migliore sorte per contemporanei quali Eugenio Scalfari o Andrea Camilleri, che videro invece in vita la loro opera pubblicata in quella collezione.
Dalla Ferita dell’aprile (1963), il suo romanzo d’esordio, pubblicato nella storica collana sperimentale della Mondadori, “Il Tornasole”, al capolavoro Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), fino all’immenso Retablo (1988), emerge, attraverso l’opera consoliana, un universo simbolico teso a scardinare il quotidiano, a indagare il dolore umano come un rabdomante. “Lo spazio nella letteratura è vasto quanto il mondo, varca a volte i confini stessi del mondo, diventa infinito” scriveva Consolo in Di qua dal faro.

Vincenzo Consolo era l’autore della pluralità di lingue e di toni, l’autore che inventava una lingua per distanziarsi dall’uso del quotidiano. Vincenzo Consolo si pone davanti al linguaggio come faceva Pascoli, secondo Contini: come “una riserva di oggetti poetici che furono vivi e a cui si restituisce la vita”. Vincenzo Consolo scriveva immergendosi nelle rovine. Aspirava a operare in una lingua morta: la voce, nella sua scrittura, si avverte solo “nel punto che muore”. Per Consolo, credo di potere dire, come per Pascoli, il linguaggio umano è “un linguaggio che più non suona su labbra di viventi”.

Ma innumerevoli sarebbero i temi da far emergere indagando l’opera di Vincenzo Consolo. Alcuni vengono segnalati nell’introduzione di Cesare Segre, il cui incipit è il seguente: “Voglio subito enunciare un giudizio complessivo: Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa nel nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile”.

In tempi privi di canone, si staglia dunque, nella figura di Vincenzo Consolo, un’opera destinata a essere immortale. Come dimenticare l’ode a Rosalia, nell’incipit di Retablo?

Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha róso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. […] Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore.
Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi!, per mia dannazione. […] Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?