“Mi è stato riferito che il Rapido 904 è stato fatto saltare in aria dalla Falange armata che era Cosa nostra. So che per fare una strage così, per far saltare in aria il treno c’è voluto l’ordine della Commissione”.
Leonardo Messina, boss di San Cataldo, ex braccio destro di Piddu Madonia non ha dubbi. Racconta la sua verità nell’aula bunker di Firenze dove questa mattina si è celebrato il processo per la strage del Rapido 904, che il 23 dicembre 1984 fece 16 morti e decine di feriti, che vede come solo imputato il capo dei capi Totò Riina. In una frase il collaboratore di giustizia chiarisce che per quelle che sono le sue conoscenze dentro la Falange armata non c’erano né terroristi, né infiltrati ma solo uomini di Cosa Nostra. Così entra in scena anche nel processo fiorentino la Falange armata, la sigla che successivamente rivendicò anche l’omicidio di Salvo Lima e di Giuliano Guazzelli insieme a tanti altri delitti. Per il pentito che per primo ha rivelato dell’incontro che si tenne nell’inverno del ’91 nel casolare di Enna dove la Cupola mafiosa deliberò la strategia di attacco allo Stato, dietro la sigla misteriosa c’era solo la mafia.

“Cosa Nostra rivendicava tramite la Falange Armata per dare un segnale all’esterno, ma anche all’interno dell’associazione potevamo dire che non eravamo stati noi”. Il pentito rivela che le finalità della strage erano anche altre. “Era un segnale ai politici, ma anche un segnale di forza dentro la stessa nostra organizzazione”. Probabilmente una dimostrazione di potere interno all’associazione teso a rafforzare la rete degli affiliati e prevenire eventuali pentimenti. Ma con la strage la mafia voleva dare un altro messaggio. Sempre secondo il pentito di San Cataldo la sigla voleva essere un chiaro depistaggio in grado di sviare l’attenzione degli inquirenti dalle indagini di mafia concentrandole sul terrorismo.

E’ sempre lui, rispondendo alle domande del pubblico ministero Angela Pietroiusti a spiegare che la strage sul rapido 904 era una novità per Cosa Nostra. “Perché con un atto così poteva anche essere coinvolta mia madre, mia moglie”. Ma poi spiega che la strategia stragista di Cosa Nostra era iniziata molto prima dei morti innocenti nella galleria di Val di Sambro, in provincia di Bologna. Secondo le sue dichiarazioni già l’omicidio di Cesare Terranova, magistrato e politico ucciso insieme al maresciallo e amico Lenin Mancuso il 25 settembre del 1979 faceva già parte della strategia stragista. Di una cosa è certo è lo ribadisce in aula di fronte alla giuria popolare tornando a parlare del rapido 904:”Nessuno, pena la morte, può fare un omicidio del genere senza il permesso della commissione. Non si può fare altrimenti ti ammazzano a te e alla tua famiglia”. Precisa che non sa se Riina ha ordinato la strage del treno ma non ha dubbi che sia sempre la commissione a decidere su quel livello di strategia.

La strage del rapido 904, secondo l’accusa, era la risposta di Cosa Nostra al pentimento di Buscetta e agli arresti di centinaia di mafiosi avvenuti nel settembre dello stesso anno grazie proprio alle rivelazione del primo pentito di mafia. E’ Leonardo Messina a fornire una nuova lettura. “Con il suo pentimento Buscetta ha favorito l’ascesa dei Corleonesi. Lui conosceva la vecchia struttura mafiosa e quindi ha, involontariamente, dato una mano alla nuova corrente. Non dovete pensare ai corleonesi come quelli che arrivavano dal paesino, c’erano i Mariano Agate, i Ferro, i Madonia…..con loro non c’erano più le regole, gli amici, in quegli anni il capo non era Michele Greco ma Totò Riina”.

La carriera criminale di Messina, classe 1955, inizia quando lui ha solo 16 anni. “Io ero amico dei capi provinciali, sono entrato nell’organizzazione che ero un bambino. Il tuo lavoro è essere mafioso, ti alzi la mattina e devi fare gli interessi di Cosa Nostra”. Un ultimo passaggio il pentito lo fa sui rapporti tra mafia e massoneria riferendosi a Borino Miccichè, l’uomo che gli aveva fatto molte rivelazioni. Messina dice che Miccichè era mafioso e massone. “Chiesi a lui consiglio quando mi proposero di entrare in massoneria perché io avevo paura e lui mi disse che se mi avevano chiamato significava che la mafia era già d’accordo. Allora mi spiegò che almeno due uomini di onore dovevano esserci nella logge, come a Trapani dove c’era Mariano Agate e dicevano che anche Madonia era massone e che era un potere alternativo al nostro”.

Nella stessa udienza è stato sentito anche il pentito Giuseppe Marchese, nipote di Filippo, boss di Corso dei mille e cognato di Leoluca Bagarella che ha sposato la sorella Vincenzina morta suicida. Per lui la strage del rapido 904 “fu un segnale a chi di dovere. In ogni omicidio o strage c’è sempre una strategia magari in rapporto a processi da aggiustare o per ammorbidire qualcosa di politico”.

E’ il pentito storico Gaspare Mutolo a chiudere l’udienza raccontando anche lui l’ascesa dei Corleonesi. “Non c’è stata una guerra di mafia perché tra i Corleonesi non ci sono stati morti. Questi erano solo tra i perdenti”.