Come ogni anno, in questo #‎giornodellamemoria, penso a Shoah di Claude Lanzmann. Che è qualcosa di più di un film. È un’esperienza dalla quale si esce cambiati. Crediamo di sapere tutto, della barbarie nazista. Ebbene, se riterrete di dedicare 9 ore del vostro tempo per vedere questo film, scoprirete che ne sapevate ben poco. Nove ore sembrano tantissime, abituati come siamo a correre e a “non avere tempo”. Ma un’esperienza che ci cambia ha bisogno del nostro tempo e della nostra disponibilità. Come ha detto Moni Ovadia: «Dopo aver visto Shoah di Claude Lanzmann io non sono stato più l’uomo di prima, mai più».

Claude Lanzmann, considerato il più grande documentarista vivente, a un certo momento della sua incredibile vita (raccontata nella bellissima autobiografia, La lepre della Patagonia) ha messo il suo talento al servizio della memoria.

Shoah ha richiesto al suo autore 12 anni di lavoro, un coinvolgimento non solo artistico, ma personale, esistenziale, profondo e totalizzante, un’avventura in cui ha messo anche a rischio la sua incolumità. Il risultato è stato un film che in qualche modo ha costituito una svolta epocale. Dopo la sua uscita, nel 1985, e solo dopo di essa, il termine Shoah è diventato di uso comune per indicare l’olocausto.

C’è un prima e dopo Shoah, quindi. Che è qualcosa di più di un film, qualcosa di più di un insieme di testimonianze. Se, come diceva Primo Levi, “comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare”, Shoah contribuisce in maniera unica alla conoscenza, utilizzando un linguaggio artistico. Come disse Simone de Beauvoir al momento dell’uscita del film Shoah è una “mescolanza di orrore e di bellezza. Certo, l’una non serve a mascherare l’altro, non si tratta di estetismo: al contrario, essa lo mette in luce, con tanta inventiva e tanto rigore che siamo consci di contemplare una grande opera. Un puro capolavoro”.

Il film indaga il genocidio sul piano dell’esperienza, attraverso il punto di vista di chi ha vissuto in prima persona questi eventi. Nel film non compare nessuna immagine risalente all’epoca dello sterminio. C’è solo Lanzmann la sua troupe, le riprese avvengono in spazi privati e nelle zone dello sterminio, ormai abbandonate, in cui vanno in scena le testimonianze di una serie di sopravvissuti, testimoni e aguzzini. Attraverso il suo interrogare incessante (aiutato in qualche occasione da una rudimentale telecamera nascosta), Lanzmann è in grado di raccogliere materiale di ineguagliabile verità emotiva: un pezzo di storia orale e un atto di accusa implacabile a un tempo. Per tutti questi motivi Shoah è considerato uno dei film più potenti mai realizzati, come dice il suo autore, “un film indomabile, che si sottrae a qualunque classificazione, ci sono mille strade per entrarci”.

Credo che tra 500 anni sarà considerato uno dei più importanti documenti storici su quei terribili anni.

È stato detto che “Shoah” è una “fiction della realtà”: ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori, e al tempo stesso è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari. (…) Shoah è l’arte al servizio della morale. Per questo il film, non solo secondo l’autore, è destinato a vivere al di là del semplice ricordo. Se non fosse un’opera d’arte non sopravviverebbe (Bernardo Valli)