Apple comunicherà questa settimana che, per la prima volta, nel 2014, ha venduto più iPhone in Cina che negli Stati Uniti, secondo quanto riporta il Financial Times, confermando così che pure il business degli smartphone si sta spostando sempre più verso Oriente. La fetta di mercato di Apple si è allargata dopo l’accordo con China Mobile – uno dei colossi della telefonia cinese – e grazie al lancio dell’iPhone 6 oltre Muraglia, a ottobre. Nel frattempo, si è ridotta la quota del leader di mercato, Samsung, mentre ha fatto la sua comparsa il terzo incomodo autoctono, Xiaomi. I telefonini basati sul sistema Android di Google continuano comunque a dominare il mercato.

L’iPhone è per Apple la gallina dalle uova d’oro: garantisce circa la metà delle sue vendite complessive (bye bye computer) e qualcosa in più in quanto a profitti. Si calcola che in Cina siano venduti circa il 36 per cento degli smartphone, contro una quota del 24 per cento negli Usa (nel 2013, il rapporto era 22 a 29). A fronte di questa irrinunciabilità del mercato cinese e dell’indubbio appeal di pingguo (la mela) tra i giovani metropolitani, Apple non ha vita facile da queste parti.

Il lancio dell’iPhone 6, lo scorso autunno, fu ritardato di circa un mese a causa di normative e divieti imposti dalle autorità cinesi. Sullo sfondo, l’affare Snowden, con Pechino sempre più sospettosa delle tecnologie che vengono da fuori, Stati Uniti in primis, per via della comprovata complicità di molti giganti della Silicon Valley con la National Security Agency. Nei giorni scorsi, l’Amministrazione per il Cyberspazio della Cina ha annunciato un nuovo meccanismo per lo screening dei prodotti IT d’importazione, prima che siano approvati per l’uso. Non si sa in che cosa consisterà il nuovo sistema di controllo ma Peng Bo, il vice direttore dell’agenzia cinese, ha detto che entrerà in vigore già da quest’anno.

Oltre alla questione sicurezza, ci sono poi le misure antitrust. Sono sempre più diffusi i casi di aziende straniere multate dalle autorità cinesi perché eserciterebbero un monopolio. In genere, i player occidentali pagano e stanno zitti: troppo residue le speranze di vincere in appello e troppo alto il rischio di perdere il fondamentale mercato cinese. Ma il produttore statunitense di microchip Qualcomm ha deciso infine di ricorrere su una sanzione da un miliardo di dollari datata 2013. Per farlo – riporta il Financial Times – la compagnia ha assunto Zhang Xinzhu, il consulente da 800 dollari l’ora che fu proprio tra gli autori della legge antimonopolio cinese del 2008. Il quale è stato accusato di sputare nel piatto dove mangia e rimosso per conflitto d’interessi dalle sue collaborazioni con il governo cinese.

Per la Cina, le multe sono semplice applicazione della legge; per i concorrenti occidentali (soprattutto Usa), una mica tanto sottile strategia per favorire le imprese domestiche. È questa per esempio la tesi sia della Camera di commercio Usa sia di quella europea a Pechino, secondo cui le leggi anti-monopolio, lungi dal favorire il libero mercato, hanno invece dato una spintarella al settore statale cinese. Anche perché sono spesso proprio i produttori locali a denunciare le imprese straniere per pratiche monopolistiche alla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme o alla Amministrazione Statale per L’Industria e il Commercio, le due agenzie che si occupano del problema. Il Us-China Business Council ha calcolato che dei 3 miliardi di Rmb di multe pagati complessivamente nel 2011, ben il 76 per cento è stato a carico di imprese straniere o joint venture. Non sono noti i dati relativi a eventuali “monopolisti” autoctoni.

di Gabriele Battaglia