lqbal Muhammad è un signore pachistano che quattro mesi fa, alla soglia dei suoi cinquantasette anni, è stato portato nel carcere romano di Rebibbia per scontare una condanna a oltre nove anni di carcere. Il signor Iqbal è accusato di reati riguardanti un traffico internazionale di stupefacenti. Fin qui niente di strano. Ma si salta sulla sedia leggendo a quando risalgono questi reati. Iqbal entra in carcere per qualcosa che ha commesso diciannove anni prima.

“Durante i lunghi anni trascorsi in libertà”, scrive, “oltre certamente a non essermi mai sottratto alla Giustizia come doveroso, ho condotto una vita da cittadino rispettoso, anche per riscattare gli errori del passato che sono certamente innegabili. Non ho più avuto nessun problema con la giustizia, ho lavorato e mi sono dedicato con continuità al volontariato. Vivo da trent’anni in Italia, mia figlia di 26 anni è di cittadinanza italiana. Credo fortemente di essere un uomo diverso, molto diverso da quello tratto in arresto oltre 19 anni fa. Rispetto la giustizia e rispetto le sentenze, ma sommessamente mi interrogo sul significato di una pena così pesante a tanta distanza dai fatti”.

Come dargli torto? Che senso può avere una pena inflitta con questa tempistica? L’istituto giuridico della prescrizione aveva questa nobile ispirazione: evitare condanne senza senso, che vorrebbero reintegrare nella società qualcuno che ha avuto modo e tempo di integrarsi ben più proficuamente da solo. Invece è stato ridotto a una sfacciata scappatoia per quei colletti bianchi che avevano tempo da perdere e soldi da pagare agli avvocati affinché il tempo si perdesse con i cavilli giusti da loro individuati. Ma invece di pensare ad allungare i tempi di prescrizione, non sarebbe bene pensare ad accorciare quelli dei processi, preoccupazione quest’ultima fatta propria anche dal primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce in apertura dell’anno giudiziario?

Io credo che di fronte a inefficienze giudiziarie come quelle che hanno colpito il signor Iqbal, pur colpevole e pronto a pagare nei tempi in cui ciò era ancora ragionevole, debba intervenire un altro correttivo della giustizia, ben più supremo di quello della prescrizione: la grazia. Il potere sovrano del presidente, di cui la grazia è forse il residuo più appariscente, trova nella vicenda di un cittadino che da vent’anni si comporta in modo onesto, e per il quale dieci anni di carcerazione costituirebbero il percorso diametralmente opposto a quello dell’integrazione sociale, una delle sue massime possibilità di senso.