Capita sempre più spesso che il mondo, a cominciare dagli States, chiami a sé i nostri giovani musicisti più talentuosi. A partire dal jazz. Prendiamo il caso di Alice Ricciardi, da Milano, vocalist. Mastica musica suonata da quando aveva sette anni, e nei decenni a seguire il suo cursus honorum è stato inappuntabile. Studi al Conservatorio, anche di violino e pianoforte; specializzazioni in canto nelle scuole più prestigiose, e nel 2005 il secondo premio al Montreux Jazz Festival International Vocal Competition. Nel 2008 scocca l’ora del suo primo disco, “Come love”, che viene pubblicato per la Blue Note/Emi: sembra il non plus ultra. Arrivano le tournée insieme a gente come Fabrizio Bosso, Nicola Conte, James Cammack, Neal Miner, Dezron Douglas, Will Terril e le partecipazioni e i concerti all’Umbria Jazz, al Copenhagen e al Dubai Jazz Festival, al Blue Note di Tokyo, al Piccolo Teatro della sua Milano, al Jazz Cafè di Londra, al Jazzhus Montmartre di Parigi. Ma cosa può desiderare maggiormente dalla sua arte, nel suo piccolo, una Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan o Diana Krall italiana? Affermarsi direttamente lì dove il jazz è una grande religione culturale al di fuori del tempo. Negli Stati Uniti d’America.

E il sogno si sta avverando, visto che il suo secondo cd, “Optics”, è stato pubblicato dalla Inner Circle Music, la prestigiosa etichetta a stelle e strisce del sassofonista Greg Osby. Seguono concerti a non finire, ai quattro angoli della patria di Louis Armstrong e Miles Davis. L’album prende le mosse da uno standard appassionato quanto oscuro, “Deep Song”. Questo incipit mette subito in chiaro quale sarà il mood dell’intero lavoro: introspettivo sì, ma classicamente moderno. “Anyone Lived In A Pretty How Town” è introdotto dal reading del grande poeta americano E.E. Cummings.

Un arpeggio ipnotico di chitarra introduce la title-track “Optics”, lieve e sognante 3/4. Seguono “I Feel A Song Coming On”, tangibile ma misterioso; “Sorrow”, dalla poesia di Edna St. Vincent Millay; l’energica “Flying In A Box”; “A Flower Is A Lovesome Thing”, capolavoro di Billy Strayhorn, qui in una versione bucolica; “Worry Later” di Thelonious Monk, dal groove squadrato e voluttuoso. In chiusura è posta “I’ve Heard An Organ Talk Sometimes”, di Aaron Copland, su liriche di Emily Dickinson, trasfigurate in una calda e ondeggiante ballata folk.

Optics mostra in pieno la versatilità di Alice e l’eleganza del suo fraseggio e del suo sound. Inanellando standard e materiale originale, il canto della Ricciardi risulta asciugato da ogni possibile ridondanza vocale: pericolo sempre in agguato, visto che siamo italiani e il melodramma scorre ancora nelle nostre vene. Alice punta invece al cuore delle cose e lascia che le sue canzoni parlino da sole, vestendosi di minimali arrangiamenti contemporanei.
Jazz internazionale, ma attraversato da una sottile vena melodica mediterranea, il suo. Con l’aggiunta di una gran bella voce. Ecco forse perché piace tanto agli americani.