Rimetti a noi i nostri debiti, oppure noi non pagheremo i nostri creditori. Questo potrebbe essere uno slogan per le elezioni greche, nelle quali Alesix Tsipras, oltre a catalizzare le aspirazioni dei greci esasperati dalla crisi e dall’austerità, è diventato un punto di riferimento anche per i social-utopisti nostrani dalla sinistra scissionista del Pd, alla destra della Meloni, passando per il sottosopra di Salvini.

Il ripudio del debito in nome della libertà dei popoli, condito con la retorica anti austerità che si trasfigura nello scontro culturale tra il mediterraneo e il continente, tra l’arida finanza parassitaria e l’economia reale esausta, costituisce un mix irresistibile: piace agli intellettuali utopisti, che preferiscono l’etica all’economia e i valori nobili al calcolo meschino dei ragionieri; ma piace anche alla pancia dei popolani armati di forcone, endemicamente confusi perché troppo occupati ad essere contro per farsi un’idea chiara di quel che vorrebbero.

Purtroppo per Syriza e per i suoi ammiratori in Grecia e in Italia, i pasti gratis che fanno sempre il tutto esaurito in campagna elettorale hanno il brutto vizio di continuare a non esistere quando poi si va al governo. I problemi della Grecia e, fatte con le dovute differenze e proporzioni dell’Italia, sono di carattere strutturale, non si possono risolvere a colpi di nobili ideali e buone intenzioni, ma soprattutto non possono essere superati senza sostenere rilevanti costi sociali. Guardando al tema del debito e dell’austerità senza lenti deformanti o retorica di circostanza, non si tratta di una battaglia per la libertà, ma di una difficile scelta di convenienza nei confronti del male minore.

Non rispettare gli impegni presi, siano essi relativi al rimborso del debito o alle riforme può portare un illusorio sollievo nell’immediato, ma peggiora le condizioni del paese nel medio termine e aumenta i costi per la collettività. La Grecia non è autosufficiente (nessuna nazione lo è) quindi ha bisogno di avere rapporti con il resto del mondo: chi sarà disposto a concederle credito se si dimostrerà ancora più inaffidabile di quanto non sia stata in passato (dalla falsificazione dei conti alla ristrutturazione del debito)?

D’altro canto non è neanche sensato ostinarsi a cercare di tener fede a impegni chiaramente insostenibili. La soluzione, al solito sta in un ragionevole compromesso, che per tutte le parti costituisca il male minore ed è molto probabile che questa sarà la linea di chiunque andrà al governo in Grecia (incluso Tsipras), a prescindere da cosa ha raccontato per arrivarci.Ma deve trattarsi di un accordo  consensuale e non di strappi unilaterali. Peraltro la disponibilità a trattare (e ritrattare) esiste, come dimostrato dal recente regalo operato dalla Bce nei confronti, soprattutto dei paesi mediterranei ai quali il Quantitative Easing regalerà tempo e respiro sulla strada in salita delle riforme.Lo Stato greco non è un nobile difensore di deboli e oppressi, che i perfidi tecnocrati alleati coi governi nemici intendono affamare, ma una macchina disfunzionale che prima di tirare bidoni agli stranieri, assorbe e dissipa le risorse dei produttori onesti. Se non si parte da questo presupposto, e si ragiona di come intervenire sui nodi centrali del problema, il futuro riserverà ai greci sacrifici ben maggiori di quelli che sperimentano oggi e,incolpare qualcuno al di fuori del sistema politico locale, costituirà solo una pietosa bugia per non guardare in faccia alla realtà.→  Sostieni l’informazione libera: Abbonati rinnova il tuo abbonamento al Fatto Quotidiano