Si sono trovati davanti allo stabilimento con il lutto al braccio per ascoltare per l’ultima volta la sirena che scandiva i turni degli operai. Dal 1962 quel suono ha segnato la vita dei lavoratori che da qualche giorno sono in esubero: la Falco di Pomposa (Ferrara) ha chiuso per sempre. E quella sirena non suonerà più all’entrare e uscire degli oltre cento dipendenti che hanno contribuito negli anni a fare della Falco un’azienda leader nel settore del pannello in legno. Conosciuta a livello nazionale per le sue innovative tecniche di trattamento della legna da riciclo, era solo uno degli stabilimenti produttivi del Gruppo Trombini, che con le sue quattro fabbriche (Rafal a Ravenna, Annovati a Frossasco e Luserna a Torino) fatturava cifre da capogiro, oltre i 150 milioni di euro, dava lavoro a 450 dipendenti diretti, con un indotto che ne occupava almeno altrettanti e puntava a suon di investimenti a un polo industriale che doveva avere in Pomposa il suo ombelico del mondo.

L’anno della crisi è il 2008. Dopo cinque anni di incertezze nel febbraio 2013 arriva il concordato preventivo, seguito a luglio dalla liquidazione e dal 7 gennaio 2014 la cassa integrazione a zero ore per tutti i dipendenti. Da allora il tempo è stato scandito solo dalla speranza di un decreto deroga e di liquidità dagli istituti di credito. Invano. Dal 2009 sono stati utilizzati tutti gli ammortizzatori sociali concessi dalla legge e ora siamo all’ultimo giorno di lavoro anche per i circa 60 lavoratori rimasti. Già lo scorso 17 dicembre infatti i 52 dipendenti “over 40″ avevano firmato il licenziamento, essendo esclusi dalle tutele della cassa integrazione per via delle conseguenze della riforma Fornero. A loro spetterà il 72% lordo dello stipendio per un anno.

Davanti a quei cancelli si sono radunati simbolicamente il 23 gennaio scorso tutti gli ormai ex dipendenti. La loro sirena è stata fatta suonare per dieci interi minuti prima delle 17. Tra loro c’è anche chi la sentì la prima volta, nel ‘62. Altri tengono tra le mani una busta. “Dentro c’è la busta paga di dicembre e la lettera di licenziamento per chi non l’aveva ancora ritirata”. L’unica speranza per i nuovi disoccupati è ora nel potenziale interesse da parte di altre imprese verso i punti di forza dello stabilimento del Gruppo Trombini.

Ma la speranza si scontra con la realtà. “Chiunque dovesse comprare lo stabilimento dovrebbe mettere in conto anche qualche milione di euro per la manutenzione degli impianti”, spiegano ai cancelli. “Sembrava che questo giorno non sarebbe mai arrivato”, sospira una lavoratrice di fianco al sindaco Rita Cinti Luciani, anche lei presente in questa giornata simbolo di un’epoca passata: “Sarà che ho una visione ottimistica ma non credo che possa finire così”. Ottimismo a parte, è più facile che il gruppo venga venduto a pezzi. Su questo fronte si erano palesate ultimamente due manifestazioni d’interesse, da parte di una società cinese e una libanese con sede a Beirut. Con il passare del tempo però nulla si è concretizzato.

“Ed ora siamo all’ultimo capitolo della saga – parla con gli occhi che fissano il suolo un rappresentante delle rsu -. Ovviamente ci auguriamo che questo passaggio non sia l’ultimo, ma che possa a questo punto portare qualcuno a rimettere in moto lo stabilimento”. Intanto qualche giorno prima che ci fossero gli ultimi licenziamenti, “veniamo raggiunti da un rapporto riepilogativo di 18 pagine di pura tristezza, atto ufficiale depositato presso la sezione fallimentare del Tribunale di Ravenna. Dalla relazione si scopre che nel 2014 (a fabbrica ferma e senza operai) si sono spesi circa 1,35 milioni di euro in più del previsto. Ma nemmeno un euro per i lavoratori che da oggi sono tutti a casa però licenziati.

E che ora sperano che il patrimonio tecnologico e professionale della fabbrica di Codigoro possa ancora attirare investimenti. “Questo è lo stabilimento più nuovo del gruppo – allarga le braccia Sandro Guizzardi della Fillea-Cgil -, l’hanno rinnovato tutto nel 2007, ci sono i macchinari più nuovi in Italia, alcuni sono solo qui nel nostro Paese”. Anche per questo molto indici sono puntati sul managment: “L’amministratore delegato, Trombini, non è mai stato lungimirante. Si è seduto su quello che aveva fatto suo padre, poi è arrivata la crisi e la goccia ha fatto traboccare il vaso”. E spegnere la sirena.