Il ministro degli Esteri che lancia l’allarme a freddo (“Ci sono di rischi di infiltrazione anche notevoli di terroristi dall’immigrazione) e senza circostanziare la minaccia né fornire dati a suffragio della sua asserzione. Quello dell’Interno che a distanza di 24 ore lo gela: “Nessuna traccia di infiltrazione”. Nel mezzo, i dati del Viminale, secondo cui nell’ultimo anno in Italia si sono perse le tracce di 100 mila immigrati. Traduzione: la Farnesina ha lanciato l’allarme sui migranti dei quali il Viminale ha perso il controllo. Nel frattempo le norme anti-terrorismo di cui il governo parla dallo scorso settembre e date per “pronte” e “urgenti” non riescono ad approdare in Consiglio dei ministri. Sono bastate 48 ore per dipingere l’affresco a tinte vive del modo in cui il governo sta affrontando l’emergenza terrorismo nel post-Charlie Hebdo.

Il livello di allerta è “altissimo” come va  ripetendo in ogni occasione utile il titolare del Viminale dai giorni delle stragi nella redazione del settimanale satirico e dell’Hyper Casher di Parigi. Altrettanto elevato è il grado di confusione generato dalle dichiarazioni degli esponenti del governo. “Nessuno può escludere infiltrazioni” di terroristi “tra gli immigrati, ma fino a questo momento non ve ne sono tracce”, ha commentato netto Angelino Alfano a distanza di sole 24 ore le parole pronunciate giovedì a Londra dal titolare della Farnesina, che avevano scatenato sull’esecutivo una bufera alimentata dai leghisti increduli di fronte all’insperato assist. Un fuoco di fila serrato nel quale il più diplomatico tra gli esponenti del Carroccio era Roberto Maroni: “Lo diciamo da 10 anni almeno – l’attacco del presidente della Lombardia, ex ministro dell’Interno – e mi preoccupo: le parole di Gentiloni confermano l’incapacità del governo ad affrontare il problema”.

Le precisazioni finivano solo per aumentare il danno. Sia quella immediata dello stesso Gentiloni: “Nessun Paese democratico – scandiva il titolare della Farnesina a margine del vertice della coalizione anti-Isis, subito dopo aver consegnato alle agenzie l’incauta affermazione – può avallare alcuna confusione fra fenomeni migratori e terroristici”, per poi finire di smentire se stesso pochi secondi dopo: “Diffondere l’idea che dietro i barconi di disperati che approdano sulle nostre coste si annidi il terrorista col kalashnikov sarebbe un errore culturale oltreché improbabile dal punto di vista tecnico”. Sia quella tardiva e trafelata del ministero che contraddiceva il suo stesso ministro: “Stabilire generiche relazioni tra terrorismo e immigrazione, oltre ad essere privo di senso, significherebbe fare un regalo ai terroristi“.

Leggerezza nel rilasciare dichiarazioni su temi così delicati a due settimane dai massacri di Parigi? Scarsa comunicazione tra la Farnesina e il Viminale? Fatto sta che i dati forniti dallo stesso ministero dell’Interno fotografano una situazione imbarazzante per lo stesso dicastero che degli immigrati dovrebbe occuparsi: nel 2014 sono stati 170.816 i migranti arrivati nel Paese a fronte dei 64.261 di quattro anni fa, scrive L’Espresso: di questi, però, soltanto 66.066 risultato registrati nei centri d’accoglienza. In pratica di oltre 100 mila immigrati lo Stato ha smarrito le tracce e giovedì il ministro degli Esteri ha lanciato l’allarme sui migranti dei quali quello dell’Interno ha perso il controllo.

Intanto, mentre il lavoro delle forze dell’ordine prosegue con arresti ed espulsioni su tutto il territorio nazionale, il governo non riesce a varare l’annunciato e “urgente” decreto anti-terrorismo. Eppure le promesse inanellate dallo stesso Angelino Alfano si susseguono almeno dallo scorso settembre. Il giorno 9 il ministro sottolineava alla Camera l’urgenza di “rafforzare gli strumenti legislativi contro la minaccia dei jihadisti andati combattere in teatri di guerra come la Siria”. Il 26 l’annuncio a Radio 24: “Abbiamo inviato una lettera ai prefetti e proporrò al Governo l’approvazione di norme per rafforzare il contrasto al terrorismo”. Tre giorni dopo “norme molto severe” erano “pronte” e il ministro “era pronto a portarle di fronte a governo e Parlamento”. “Porterò presto in Consiglio dei ministri una nuova legge per contrastare il terrorismo internazionale”, ribadiva quindi solenne il 27 novembre. A gennaio, tra un “allerta elevatissimo” e l’altro lanciati febbrilmente nel post-Charlie Hebdo, il 19 il governo faceva sapere che le norma sarebbero state discusse nel Cdm del 20 e poi rimandava il tutto al 22. Ma giovedì il vertice è stato rinviato al 28.