Nel nome del padre, del figlio e, sì, dello spirito santo. Dopo sette anni di assenza, tra progetti sfumati e divani occupati, Francesca Archibugi torna alla regia: Il nome del figlio, tratto dalla pièce Le prénom di Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière, già portata sul grande schermo da loro stessi con Cena tra amici (2012). Non è un mero calco, però, non è la solita commedia scopiazzata, e male, dai cugini francesi.

In scrittura Archibugi e Francesco Piccolo hanno lavorato per adattare, ridefinire, ricalibrare il copione gallico alle nostre latitudini, in primis quelle capitoline: Parioli, Pigneto, Casal Palocco, dimmi dove abiti e ti dirò chi sei. A Roma come mai altrove. Non solo, lo slittamento principale dall’originale sta nella de-ideologizzazione destra-sinistra dell’intreccio in favore del primato del Gps, sia abitativo che genealogico: Il nome del figlio celebra le larghe intese, romanissima prerogativa secoli prima del Patto del Nazareno, ovvero esalta il generone 2. 0 in cui cachemirini infeltriti e suv parcheggiati al posto dei disabili, potage e jeroboam, radicalscicchismi e cafonerie possono coesistere, anzi, prosperare.

Non che i rigurgiti fascisti – il nome del pargolo d’Oltralpe era Adolphe, qui indovinate un po’ – e i tic de sinistra accademica siano questi sconosciuti, ma non sono il focus poetico del film, che tra furbetti di Roma nord, Pigneto gentrificato, belle ripulite di Palocco riesce a darci una chiave d’accesso antropologica per immedesimarci, o anche solo ridere, nel quintetto protagonista. Ridere, sorridere, ma con una sottile amarezza che non se ne va: la razza padrona spadroneggia, pur relegata nell’ultima, attuale generazione al ruolo di figli mai cresciuti, storpiati da un passato troppo glorioso da sopportare. Più coraggiosamente il film si sarebbe potuto intitolare Il nome del padre, e il padre, intellettuale, salottiero, onorevole et alia è lo scomparso Pontecorvo (Gillo, remember?) che ha lasciato il cognome a Paolo (Alessandro Gassmann) e Betta (Valeria Golino).

Il primo è un agente immobiliare saputo, simpatico e “maldestro”, con trophy wife, Simona (Micaela Ramazzotti), incinta e scrittrice, mentre la sorella è un’insegnante accomodante, un filo intristita, con marito, Sandro (Luigi Lo Cascio), professore universitario e Twitter-dipendente: la querelle nominale divampa tra questi quattro, cui si aggiunge il musicista Claudio (Rocco Papaleo). Scorreranno segreti e bugie, ma nella costante sensazione, se non verità effettiva, che tutto sia già stato deciso nei flashback: quel padre è ancora padrone, domina diversamente i due figli, ha legato a loro paguri dotti (Sandro) o parvenu nostrane (Simona), decide sempre lui, anche dall’aldilà.

Eecco, meglio che il nome del padre, questo film è Il cognome del padre: perché, Archibugi e Piccolo, non c’avete pensato? Metteteci pure una madre, quella di Paolo e Betta, che ha voce in capitolo, ed ecco che questi 40 enni si ritrovano uniformemente sdraiati alla Serra da una grandeur – sì, usiamo proprio il francese originale – che non è più ma li ha ancora sotto scacco: destri e sinistri, pariolini o alternativi, sono tutti relitti, e il nome papabile per il nascituro è sintomo scoperto del loro non essere presenti a se stessi, del loro non appartenersi. Solo uno scherzo? Mica troppo. E, ironicamente ma non troppo, Archibugi evoca i Pontecorvo e i Bernardo (Bertolucci), un altro padre del cinema italiano tutto. Davanti alla macchina da presa ci sono, tutti bravi ma in ruoli prevedibili, i meglio attori su piazza, e la regia empatica, viva (peccato il drone) si fa sentire. Da vedere, e conservare: ovvio, nell’album di famiglia…

il Fatto Quotidiano, 22 Gennaio 2015