Taranto manifestazione per IlvaLo avevamo detto: nel decreto Renzi non c’è neppure un euro. I tanto sbandierati due miliardi per l’ILVA e per Taranto non esistono e lo hanno capito i lavoratori dell’indotto che stanno scioperando perché non vengono pagati da tanto tempo.

Per evitare che il contagio del panico si trasmetta dagli operai dell’indotto a quelli interni alla fabbrica, ecco che è saltata fuori una bufala: poiché la Fiat di Melfi cresce allora darà commesse anche all’Ilva di Taranto.
I lavoratori saranno salvati grazie a Marchionne. Fra i lavoratori dell’Ilva si sta quindi diffondendo la voce che Ilva di Taranto produrrà più acciaio per via delle nuove assunzioni della Fiat nella vicina Basilicata. E’ un passaparola che corre in fabbrica. Nulla di scritto, per evitare smentite.

Ma cosa c’è di vero? Nulla. Non vi è nessun aumento di commesse per ILVA collegato alla Fiat. Ma come ogni buona bufala c’è sempre una mezza verità su cui costruire l’altra metà non vera della notizia.

Cosa c’è di nuovo nella Fiat? L’unico dato nuovo e certo è che la Fiat prevede l’inserimento di 1.500 lavoratori nello stabilimento di Melfi per la produzione della Jeep Renegade e della Fiat 500X per i mercati esteri. “Le mille persone di Melfi si trascineranno un numero moltiplicatore da sette a dieci posti di lavoro”, ha detto l’amministratore delegato Sergio Marchionne dal salone dell’auto di Detroit, prevedendo quindi da sette a diecimila posti in più nelle imprese collegate.

Il ragionamento fallace. Di fronte a tale novità della Fiat, è scattato questo meccanismo logico:

  • Ilva ha bisogno di commesse;
  • Fiat ha bisogno di produrre più auto;
  • Fiat chiederà più acciaio all’Ilva;
  • La crisi dell’Ilva sarà superata grazie alla ripresa della Fiat.

Questo ragionamento è errato per due motivi.

Primo: la Fiat risparmierà sulle scorte. Lo stabilimento di Melfi, pur assumendo nuovi lavoratori e pur avendo come obiettivo quello di produrre più auto, insegue il progetto di fabbrica integrata (F.I.): un modello di stabilimento improntato all’obiettivo di ridurre al minimo sprechi e costi, limitando i materiali stoccati (modello organizzativo “just in time”). Verrà prodotta solo la quantità di auto che verrà assorbita dalla domanda di mercato. In tal modo gli stock di magazzino sono ridotti al massimo e gli sprechi quasi azzerati. Quindi niente grandi commesse di acciaio, ma solo ciò che serve. La parola d’ordine non è produzione su larga scala prima che il mercato chieda auto ma è ottimizzazione delle risorse in funzione di ciò che effettivamente il mercato richiede. Il sistema di riduzione dei costi-sprechi, tramite la massima riduzione degli stock, non alimenterà certo la crescita dell’Ilva senza un’effettiva domanda accresciuta del mercato di auto per la Fiat, che adesso sostanzialmente non c’è.

Secondo: la Fiat in realtà non produrrà di più rispetto a dieci anni fa. Marchionne prevede aumenti di produzione rispetto al recente passato. Sarà così? L’opinione “a caldo” dell’analista londinese Harald Hendrikse della Nomura Holdings, interpellato dall’agenzia Bloomberg è critica: “Il problema è che le presentazioni in Powerpoint sono molto più facili che la vita reale. I marchi hanno bisogno di un sacco di lavoro per arrivare dove vorrebbero, il mondo cambia molto lentamente, non accadrà tutto in una notte”. Ma soprattutto va detto che Fiat non tornerà a produrre in Italia come dieci anni fa. Il quadro attuale della Fiat è segnato ancora dalla crisi del settore automobilistico e dal trasferimento di molte produzioni all’estero. “Quel che è certo è che nel 2003 la Fiat produceva in Italia quasi 1 milione di auto, mentre oggi sono meno di 400mila“, scrive Chiara Brusini sul Fatto Quotidiano.Oggi i dipendenti in Italia sono meno di 23mila, contro gli oltre 44mila del 2003. E dei 23mila attuali quasi la metà è in cassa integrazione o contratto di solidarietà. Lo storico Giuseppe Berta ha detto: “Anche solo far rientrare al lavoro chi è in cassa integrazione o contratto di solidarietà è una sfida molto difficile da vincere”.

Conclusione. Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, avrete potuto capire che l’Ilva non ha ricevuto alcuna nuova commessa e che ben difficilmente, se ne otterrà, potrà tornare ai livelli produttivi precedenti alla crisi per le ragioni sopra esposte. La bufala raccontata agli operai chissà da chi è destinata a calmare per qualche giorno gli animi di lavoratori. Anche loro ormai hanno capito che il decreto Renzi sull’Ilva è una scatola vuota
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