Tra Forza Italia e Partito democratico che si spaccano sulla legge elettorale, il terzo gode. Il Senato ha quasi approvato la nuova versione dell’Italicum che, come la maggioranza ripete da mesi, “dà un vincitore la sera delle elezioni”, ma forse non tutti hanno pensato che quel vincitore potrebbe non essere Matteo Renzi. E neppure Silvio Berlusconi. “Io fossi stato nei grillini”, dice il senatore democratico Claudio Micheloni, “avrei sostenuto a spada tratta questo provvedimento. Così si rischia di dare loro una chance di vittoria”. Il premio di maggioranza alla lista e il ballottaggio tra chi ha preso più preferenze: sondaggi alla mano, se si andasse al voto oggi ad avere un’opportunità sarebbe proprio il Movimento 5 stelle. Ad aiutare è la scena generale: il Pd in caduta (in pochi mesi è passato dal 40 al 36 per cento), Forza Italia intorno al 12 per cento e un accordo con la Lega Nord che ancora non ingrana. I calcoli sono facili e chi può gioire per l’Italicum non sono per ora i vecchi partiti. “Mi sembra che il presidente del Consiglio sia in preda alla sbornia del vincitore”, continua Micheloni che in Aula si è astenuto e ha criticato soprattutto le riforme costituzionali del governo Renzi. “Stanno succedendo cose gravi. Sulla legge elettorale invito tutti a fare una riflessione: nel 2013 con il secondo turno chi avrebbe vinto secondo voi tra Pierluigi Bersani e Beppe Grillo? Non abbiamo la controprova, è vero. Però abbiamo ancora una volta la memoria corta. Quando si fanno queste riforme bisogna ragionare da perdenti e non dare per scontato la vittoria”.

Eppure gli esempi ci sono e non sono nemmeno troppo lontani nel tempo. La prima batosta per il Partito democratico in un ballottaggio è stata a Parma nel 2012: un partito travolto dagli scandali e un candidato che a sorpresa ha preso tutto. Si chiamava Federico Pizzarotti ed è stato il primo a vincere tra i 5 Stelle in un comune che conta. Poi Livorno, solo pochi mesi fa: il grillino Filippo Nogarin ha raccolto i voti della sinistra Pd e dei malcontenti contro il candidato della “ditta” democratica. Ma non solo: c’è il crollo di Francesco Rutelli nel 2008 contro Gianni Alemanno: al 45 per cento al primo turno, al secondo non andò oltre il 46 perdendo oltre 90mila voti. “Io non dimentico nemmeno”, conclude Micheloni, “il caso della Spagna. A una settimana dall’attentato di Madrid, vinse a sorpresa il Psoe di Zapatero. Sono tutte eventualità che bisogna considerare”.

Insomma il nuovo Italicum è conveniente per il Movimento 5 Stelle, anche se i parlamentari assicurano che a loro non importa: “E’ una porcata e basta, noi non facciamo questi ragionamenti”. A respingere ogni calcolo è l’autore della proposta di legge grillina Danilo Toninelli: “Il fatto che sia conveniente non ci interessa”, commenta, “noi pensiamo al bene del Paese. Vogliono spingerci ad avere un sistema bipartitico che uccide le piccole formazioni. Noi avremmo voluto un sistema proporzionale che invece rappresenta in maniera corretta i cittadini”. I grillini insomma negano di essere negli uffici a fregarsi le mani. Nelle scorse ore il capogruppo al Senato Andrea Cioffi è stato convocato insieme al collega Andrea Cecconi da Casaleggio a Milano: “Abbiamo parlato di come risolvere i problemi del Paese, non certo di questi retroscena politici”. Quindi al fatto che si aprano delle chance anche per loro non ci hanno proprio pensato: “E’ un discorso che non sta in piedi”, dice Cioffi, “è una questione di coerenza: una legge che fa schifo non diventa bella solo perché ti favorisce. Noi siamo contrari e continuiamo ad esserlo”. Tanto che hanno votato contro anche quando la vicepresidente Debora Serracchiani ha chiesto loro l’appoggio al premio di lista (“Ce l’hanno proposto e li abbiamo ascoltati”) e hanno sostenuto l’emendamento Gotor contro i capilista bloccati.

Se i 5 Stelle preferiscono non commentare, i dubbi crescono dentro il partito democratico. Premio di maggioranza a chi raggiunge il 40 per cento, ballottaggio tra i due più votati, capilista bloccati in 100 collegi e 10 pluricandidature possibili. Il nuovo Italicum nasce sotto la benedizione di Berlusconi e non piace a molti. “L’ha voluto Renzi perché crede di vincere”, dice Lucrezia Ricchiuti senatrice critica del Pd. “Ma non si possono fare le leggi solo pensando che si governerà. Bisogna farle pensando che durino e che abbiano valore. La verità è che il presidente del Consiglio vuole avere il controllo su tutti i parlamentari che entreranno alle prossime elezioni: pensa di vincere e così sarà lui a nominare chi vuole”. E’ perplessa anche la senatrice Laura Puppato: “Io ho difeso la legge quando ho capito che la lotta della minoranza era su altro: in generale mi sembra che sia un buon provvedimento. La grave carenza è però l’aver ragionato da vincitori. La prima regola quando si pensa a una riforma è quella di spogliarsi della propria posizione: nessuno ha valutato che un giorno potremmo trovarci minoranza e allora si vedrebbero tutti i difetti dell’Italicum”.

L’ipotesi naturalmente è solo a parole. Nell’emendamento Esposito approvato al Senato, e che racchiude le modifiche più significative della legge elettorale, c’è anche la clausola di salvaguardia che sposta l’entrata in vigore al primo luglio 2016. Quindi prima di tornare al voto, almeno nelle intenzioni, potrebbero passare ancora mesi. Intanto Pd e Forza Italia vanno al massacro. “Così è un suicidio”, ha detto Raffaele Fitto dopo l’ottavo incontro tra Renzi e Berlusconi. “C’era la possibilità della mediazione, ma Renzi non ha voluto”, ha commentato Pierluigi Bersani con i 150 dissidenti democratici. Tutti contro tutti. E il terzo gode.

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