Dallo scarto alla bellezza: è il percorso delle opere d’arte di Alejandro Marmo, l’artista quarantatreenne di Buenos Aires amico di papa Francesco. Da pezzi di metallo, lattine usate, lucchetti, catene, resti di biciclette arrugginiti, ingranaggi e qualsiasi altro materiale che il mondo abbandona all’incuria, l’artista argentino crea imponenti sculture dando nuova vita a oggetti altrimenti inutilizzati, come ha imparato a fare sin da ragazzino nella ferramenta di suo padre.
E proprio dai materiali da riciclo, tra cui catene e cancelli abbandonati da più di 80 anni nelle ville papali di Castel Gandolfo, hanno preso forma le sue ultime due fatiche: il “Cristo Operaio” e la “Vergine di Lujan”, benedette dallo stesso papa Francesco ed esposte nei Giardini Vaticani.

Due figure alte circa quattro metri “segno della creatività capace di trarre anche dallo scarto di merce abbandonata un degno uso, simbolo del genio che Dio volle fosse nella mente di un artista”, ha affermato papa Francesco. Due soggetti, inoltre, che stanno particolarmente a cuore al Pontefice: la Vergine di Lujan è la patrona della Repubblica Argentina, mentre il Cristo è simbolo del progetto “Simbologia de la Iglesia que mira al Sur” (Simbologia della Chiesa che guarda al Sud), iniziato sei anni fa a Buenos Aires e che prevede la partecipazione di giovani con problemi di integrazione nella società, con la giustizia e con la droga, alla realizzazione delle opere d’arte. E anche Alejandro per questa occasione non ha lavorato da solo, ma è stato aiutato da alcuni ragazzi arrivati direttamente dall’Argentina e da un gruppo di anziani, poiché la sua arte da sempre risponde all’esigenza di coinvolgere “gli esclusi” dalla società.

Nato da padre italiano e madre greca emigrati dopo la Seconda Guerra Mondiale, Alejandro Marmo nel 2001 vive le difficoltà della grave crisi argentina che ostacola i suoi sogni, i suoi progetti, le sue prospettive, finché l’incontro con l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, gli dona una speranza e un futuro inaspettato. “Ho portato all’arcivescovo un progetto e a lui è piaciuto”, ha ricordato lo scultore. “Mi ha subito sostenuto accompagnandomi nei quartieri periferici, di solito esclusi dall’arte, per costruire un dialogo, perché l’arte è questo: la cultura dell’incontro”. Da quel momento è iniziata un’intensa collaborazione e una profonda amicizia nella condivisione della stessa filosofia di arte e di fede continuata anche quando il cardinal Bergoglio è diventato papa Francesco. Ci tiene, però, l’artista argentino a sottolineare che non è amico del Papa, “sarei un irresponsabile a dire una cosa del genere – spiega – lui è il mio pastore”. È nella “cultura dello scarto”, dunque, che ha trovato il terreno comune che lo lega al Pontefice, alla sua voglia di raggiungere le “periferie” del mondo, alla sua particolare attenzione agli ultimi: anziani, malati, drogati e soprattutto poveri.

Arte nella fabbrica”, è il progetto che Alejandro ha lanciato per coinvolgere operai senza più lavoro, giovani con problemi di tossicodipendenza e studenti delle periferie più problematiche della capitale argentina nella realizzazione di murales, sculture e installazioni che “riuscissero a trasformare quello che viene considerato brutto e disprezzabile in qualcosa di bello e positivo, non tanto esteticamente, quanto per il suo significato”. Un laboratorio, in alcuni casi, creato all’interno delle stesse fabbriche dismesse e che ha portato alla creazione di un colosso in acciaio riciclato di 31 metri per 24 con il volto di Evita Peron, “icona culturale del Paese”. Moltissime le opere di Marmo sui palazzi pubblici in Argentina, parecchie in giro per il mondo, addirittura in Asia, e anche in Italia, dal 2000 in poi, sono state numerose le sue esposizioni fino a questi ultimi due giganti nella Città del Vaticano. Alejandro Marmo e papa Francesco, l’opera artistica dell’uno e la fede in Dio dell’altro, per raggiungere le “periferie” attraverso quella “cultura dello scarto” che crea bellezza e diventa “cultura dell’incontro”.