Sembra la trama di un film dell’orrore la vicenda che nella notte tra il 30 e il 31 dicembre ha visto protagonista una donna di Sarno di 52 anni, affetta da uno stato di psicosi maniacale. Gli operatori del 118, chiamati dal marito, l’hanno trovata in evidente stato di agitazione che brandiva un coltello di 50 cm. Medici e familiari sono riusciti a mettersi in salvo per un pelo solo grazie all’intervento delle forze dell’ordine. Eventi simili si presentano non di rado da quando le aziende sanitarie hanno deciso di fare a meno del medico specialista nella fascia oraria notturna. “Una riorganizzazione con tagli alla spesa – spiegano gli operatori del servizio di primo intervento – che ci fa rischiare la vita. Si tratta di pazienti già in terapia presso il servizio di Igiene mentale ed è necessario che sul posto, sia per competenze, per mezzi e possibilità di trattamento con farmaci specifici, ci sia uno psichiatra reperibile”.

La Campania, e in particolare la provincia di Salerno, era l’ultimo avamposto che aveva resistito al progressivo smantellamento da Nord a Sud dell’assistenza specializzata “h24”. Un taglio che, a fronte di un modesto risparmio economico, sta producendo spesso l’effetto contrario. La legge Basaglia del 1978, che ancora regola l’assistenza psichiatrica nel nostro paese, introduceva non a caso anche una filosofia di cura individualizzata e centrata su servizi integrati nei luoghi di vita
delle persone. A distanza di 37 anni la riforma pare però essere destinata a rimanere disattesa, se non addirittura cannibalizzata dai piccoli ma devastanti interventi (o mancati provvedimenti) che hanno generato servizi di salute mentale disomogenei e frastagliati sul territorio. A fronte di isolati centri di eccellenza, esistono ancora vaste zone in cui il servizio è lacunoso, con situazioni che arrivano fino al degrado e al limite della legalità.

Qualche esempio dei disservizi più clamorosi: l’apertura solo diurna dei Centri di salute mentale (Csm), spesso per fasce orarie ridotte, con conseguenti ricoveri “forzosi” che in alcuni casi somigliano più a deportazioni.
L’esiguità degli interventi territoriali individualizzati e integrati spesso limitati alla sola prescrizione di farmaci.
La sopravvivenza di “comunità ex-art. 26”, luoghi privi di valenza riabilitativa e più connotati come “contenitori sociosanitari”.
E ancora, l’offerta di ricoveri in cliniche private convenzionate, accessibili anche senza il coordinamento dei Csm.
Tutti modelli di assistenza al di fuori della cultura territoriale dei progetti “obiettivo” e dei piani per la salute mentale post legge 180.

Occorre specificare che non esiste alcuna normativa nazionale che imponga il taglio nella fascia oraria notturna. I progetti obiettivo vanno tutti in direzione contraria ma non sono vincolanti e finiscono per soccombere alle politiche sanitarie
regionali che, insieme alle pressioni corporative e sindacali, determinano il quadro attuale. Dunque che fine hanno fatto le promesse prospettate dalla Legge Basaglia su diritto alla salute e libertà individuali? Se dobbiamo basarci sugli ultimi
provvedimenti e sulle testimonianze di pazienti e operatori, dobbiamo concludere che è in corso una pericolosa marcia indietro.

Secondo Claudio Mencacci, già presidente della Società italiana di Psichiatria, è giusto fare a meno dello psichiatra nelle ore notturne perché “Un’urgenza psichiatrica è pari a qualsiasi altra urgenza sanitaria. In tal modo si riduce la stigmatizzazione che accompagna i pazienti psichiatrici quali pazienti ‘violenti’ e ‘pericolosi’. A Milano, dove lavoro, c’è un numero sufficiente di psichiatri. I piccoli centri sono i più colpiti da carenze nell’assistenza”.

Peppe Dell’Acqua, considerato da molti l’erede di Basaglia, è direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste. Per lui la rivoluzione culturale apportata dalla Legge 180 non è stata inutile: “Oggi siamo l’unico paese in Europa con una legge che ci permette di vedere che la contenzione è una violenza, non un atto medico. Purtroppo però negli ultimi 30 anni i servizi hanno subito una forte dispersione per via di forme organizzative stupide messe in atto dalle Regioni con la scusa della spending review”.

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 12 gennaio 2015