A muso duro. Senza guardare in faccia a nessuno. Con decisione, forza e senza tentennamenti. Cacciare le famiglie malavitose dai cognomi altisonanti dalle loro abitazioni-bunker diventate nei decenni fortini inespugnabili. Ecco il segnale di non ritorno per ridare coraggio a quei cittadini normali che nulla hanno a che vedere con i camorristi ma sono troppo inermi e soli per contrastare il potere dei clan.

Un esempio viene da Torre Annunziata, cittadina alle porte di Napoli. Qui da oltre 30 anni la famiglia-cosca Gionta occupava un intero edificio denominato “Palazzo Fienga” nei pressi del cosiddetto quadrilatero delle carceri. Una zona off limits dove avventurarsi era poco raccomandabile anzi meglio starne decisamente alla larga. A duecento metri da qui nell’agosto del 1984 nel circolo dei pescatori avvenne una strage di camorra: 8 morti e numerosi feriti. Il gruppo di fuoco armato di kalashnikov sparò da un autobus all’impazzata. Un’azione terroristica. Nel mirino finì il boss emergente Valentino Gionta ed i suoi uomini. Un agguato per bloccare l’ascesa dei Valentini che minacciavano di spodestare il business dei padrini storici: traffico di droga, racket e appalti per il dopo terremoto dell’Ottanta. Cronache raccontate dal di dentro di quel Fortapàsc con passione e determinazione anche da un giovane cronista: Giancarlo Siani, corrispondente de Il Mattino poi ammazzato dai killer.

A distanza di 33 anni finalmente lo Stato fa lo Stato e mostra i muscoli. Palazzo Fienga, edificio di 50 metri e lungo 100 composto da 63 appartamenti, diversi box, cantinole e segreti cunicoli tutto fatiscente e in abbandono è stato liberato. Il provvedimento scaturisce da un doppio sequestro: il primo operato dalla Dda di Napoli e l’altro dal gip del Tribunale di Torre Annunziata per l’imminente pericolo di crollo. Una volta messo in sicurezza e recuperato quel fabbricato simbolo di camorra forse sarà confiscato e destinato a diventare sede di una istituzione. Lo sgombero colpisce in pieno la famiglia Gionta nelle sue tante ramificazioni familistiche e porta con se una serie d’indagati: i 50 proprietari devono spiegare perché non hanno messo in sicurezza l’immobile mentre gli inquilini circa 30 dovranno raccontare perché non hanno adempiuto all’ordinanza di sgombero.

Gli ingressi, le finestre, i balconi sono murati. Oggi Palazzo Fienga appare spettrale. Un colpo durissimo al simbolismo della camorra. Sì, perché quel potere passa soprattutto nell’immagine della protervia camorrista. E mentre il padrino Valentino Gionta sconta l’ergastolo, suo figlio, l’erede al trono criminale, Aldo autodefinitosi “Alduk il grande” in un libro scritto quando era dietro le sbarre aveva fatto di tutto per far crescere la cosca ai fasti degli anni Ottanta ma poi è stato acciuffato lo scorso agosto mentre era in partenza per Malta. Era latitante pizzicato nonostante il travestimento dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata al porto di Ragusa.

Lo sgombero di Palazzo Fienga è emblematico: lo Stato ha gli strumenti per bonificare i territori di camorra. E’ venuto il tempo di liberare i quartieri di Napoli. Ci sono troppe roccaforti e pezzi di città fuori controllo. Basta fare quattro passi al rione Forcella, al Lotto 0 di Ponticelli, a Barra oppure ai Quartieri spagnoli e constatare come le verande dei bassi hanno incorporato strade e marciapiedi pubblici o semplicemente trovarsi “a tu per tu” con enormi statue di Padre Pio e orribili cappelle che tolgono aria e sole. Poi girarsi e vedere telecamere e scorte armate davanti ad abitazioni e attorno il vuoto.

Se le lungaggini delle burocrazia ma soprattutto i timori amministrativi non lo consentono ecco come per Palazzo Fienga possono intervenire i magistrati con appropriati provvedimenti. Avvenne già all’inizio degli anni Novanta quando le piazze di Napoli furono sequestrate per liberarle dalle auto. Credo e spero che altrettanto si faccia per espugnare i tanti Fortapàsc nascosti di Napoli.

Twitter @arnaldcapezzuto