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La neve è rosa, ad Aleppo. E’ neve e sangue.

Cammini piano, prudente. Un passo alla volta. Ma non è paura di scivolare. Cosa ci sarà sotto? Uno spunzone di ferro, una lamiera che taglia? Un cadavere?
O forse un proiettile inesploso.

Luccica, la neve, ad Aleppo. E’ neve e schegge di vetro.

In Siria il 7 gennaio è stato il primo giorno, in quattro anni, senza vittime. Ma non senza morti: in sei sono finiti assiderati – anche tra chi in teoria è al sicuro: come Majed Badawi, 6 anni, rifugiato in Libano. Hanno segato tutti gli alberi, ormai, ad Aleppo. Bruciato le radici, le porte i banchi di scuola, la spazzatura. Vecchi copertoni. Vecchie scarpe. Non è rimasto più niente.

“Però il freddo stordisce. Non capisci che muori”, mi dice un uomo. Perché ognuno, qui, ha le sue preferenze. Il migliore, all’unanimità, è il missile. Neppure lo senti arrivare, è un botto improvviso. Ti incenerisce, e via – è finita. L’aereo, invece, ha questo rumore, inconfondibile. Questo sibilo. Che si avvicina, e cresce, cresce, sembra rotolarti contro: spazzarti via: l’aereo ti sorvola, la prima volta, in ricognizione, e poi va via, e poi torna, dopo dieci, venti minuti, e va via ancora, ancora torna: con questo rumore, a tratti vicino, a tratti lontano: questa angoscia – ma se non altro, è invisibile. E fino a quando lo senti in realtà è lontano. Fino a quando lo senti, speri colpisca altrove. L’inferno sono i barili esplosivi. Questo elicottero che ti rimane in testa, come un avvoltoio, e sta proprio sopra di te, puoi vederlo, lì che ti volteggia, ti respira addosso, per minuti, e minuti minuti infiniti, ed è inutile correre, inutile tutto, tanto non ci sono scantinati, qui, né muri né niente, solo macerie, non si distrugge, ormai, ad Aleppo, si sminuzza, si tritura – e poi tanto: anche se sopravvivi, non viene a tirarti fuori nessuno. Perché se qualcuno si avventura a soccorrerti, quello è il momento in cui piove il secondo barile.

La morte, d’altra parte, è l’unico argomento su cui i siriani possono ancora esprimere preferenze. Prima discutevano dei ribelli e del regime. Degli islamisti. Dell’Onu e degli Stati Uniti. Ma adesso Aleppo, semplicemente, è terra di nessuno. Quando diciamo “ribelli”, secondo le stime più recenti diciamo oltre 2mila gruppi armati. E cambiano nome, bandiera, alleanza, ogni tre giorni – prima di spostarti, controlli le strade, ormai, chi c’è, chi non c’è, come controlli l’ora.

Ha deciso di andarsene persino Jabhat al-Nusra. Per fondare il suo emirato ha scelto Idlib, non Aleppo. Esercita una sorta di supervisione, qui, di potere di veto, interviene in caso di dispute: ma niente di più. Troppo impegnativo governare Aleppo, una città così vasta, così in macerie. Ripristinare l’ordine pubblico, e soprattutto, l’elettricità, l’acqua. Gli ospedali. Garantire il gasolio, la farina. Un minimo di assistenza alla popolazione. Ed è andata via. Perché è così, la Siria. Che sia Homs, o Qusayr, Aleppo. O Kobane. Le battaglie iniziano sempre come battaglie risolutive da cui dipenderà l’esito di tutta la guerra. “Aleppo è cruciale, conquistata Aleppo cade Assad”, ti spiegavano, prima di declassarla a battaglia strategica, “Aleppo è importante, conquistata Aleppo isoliamo Assad”, e poi, ancora, a battaglia simbolica: “Aleppo è Aleppo, non possiamo lasciarla ad Assad” – ti dicono ora che hanno capito che Aleppo o meno, non fa più differenza, qui.

Le battaglie iniziano ogni volta come battaglie risolutive, in Siria: e vengono infine declassate e basta: quando non interessano più a nessuno, e diventano battaglie senza aggettivi. Senza senso e senza scopo.

Di là dal confine, oltre 4 milioni di siriani aspettano di tornare a casa. Il 14 aprile Nemer Khaled al-Dous, anche lui rifugiato in Libano, si è impiccato.

Anche lui aveva 6 anni.