Il cecchino più letale nella storia militare degli Stati Uniti. E il maggiore incasso di Clint Eastwood nel nostro Paese, quasi 13 milioni di euro. Dunque, che cos’è American Sniper, chi è Christopher Scott Kyle? Più di un film il primo, più di un cecchino infallibile il secondo: complice Eastwood, complice la temperie socio-politico-culturale, siamo davanti a un fenomeno che travalica lo spazio cinema, che trasgredisce la biografia stessa dell’ex Navy Seal, che appaia a suon di hashtag #AmericanSniper e #CharlieHebdo.

Classe 1974, una moglie e due figli, quattro missioni in Iraq, 160 nemici uccisi certificati dal Pentagono, 250 quelli che si attribuiva, Chris Kyle è un texano tutto casa e caserma, destinato ad assurgere a uno status mitico tra Ramadi e Falluja: “Legend”, l’avrebbero ribattezzato i marines che proteggeva. Viceversa, per gli iracheni era “Al-Shaitan Ramadi”, il diavolo di Ramadi. E’ Kyle stesso a raccontarlo nel bestseller dato alle stampe nel 2012, American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in US Military History.

Ma per noi chi è, Chris Kyle, un eroe di guerra o che altro? Eastwood sposa indefesso la tesi eroica, eppure, la penna affilata di Lindy West del Guardian all’indomani dell’uscita di American Sniper offriva il rovescio della medaglia: nelle sue memorie, Kyle definiva “divertenti” le sue uccisioni, qualcosa che “amava”, stolidamente convinto che chiunque uccidesse fosse un “bad guy”, un cattivo ragazzo. A rincarare la dose, “Io odio quei dannati selvaggi” e “Non me ne fotte un cazzo degli iracheni”. Piuttosto – Spoiler – avrebbe dovuto guardarsi dagli americani: è stato assassinato nel 2013 in un poligono in Texas, per mano di un altro reduce dall’Iraq, il 25enne affetto da disturbo post traumatico da stress Eddie Ray Routh. Fuoco amico, per qualcuno addirittura “chi la fa l’aspetti …”.

A dar retta a Bradley Cooper, l’attore che lo interpreta, American Sniper “non è un film sulla guerra in Iraq, ma sull’orrore che un soldato come Chris deve attraversare”. Ha ragione? O piuttosto ce l’aveva Tim Hetherington, il fotoreporter britannico ucciso in Libia nel 2011, quando sosteneva che in guerra si imitano gli uomini visti in altri film e fotografie? E ’ il cinema che prende lezione dalla guerra o American Sniper che rimodella il conflitto a immagine e somiglianza di Clint e del fu Chris, ovvero di un’ideologia “noi buoni, loro cattivi” condivisa? Se un film come The Hurt Locker, sei premi Oscar nel 2010, ha portato sullo schermo il deserto dei Tartari di uno sminatore in Iraq e la fondamentale inintelligibilità della guerra contemporanea, Eastwood mutua da Kyle, nonché dalla sua filmografia di osservanza repubblicana, un codice binario facilmente comprensibile: bene e male, bianco e nero, America e resto del mondo.

Per questo, ed è la cosa più ridicola sullo schermo, ha bisogno del duello, dell’uno contro uno, della singolar tenzone tra il cecchino yankee e il cecchino iracheno. Più che imperialista e aggressivo, lo sguardo di Eastwood è conservatore, reazionario: vorrebbe, e lo impone tramite Kyle il superuomo, un mondo manicheo, un bianco e nero morale modellato sul capolavoro di propaganda di jzenštejn, Aleksandr Nevskij (1938). Scott Foundas su Variety ha messo il dito nella piaga: “Eastwood suggerisce che il dicromatismo (bianco e nero, ndr) possa essere la chiave del successo e della sopravvivenza di Kyle; sul campo di battaglia, il dubbio è analogo alla morte”. Eppure, altri dubbi persistono: oltre un milione e 800 mila spettatori italiani hanno voluto mettere il dito sul grilletto di Kyle, l’hanno anche premuto?

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2014