Il 19 gennaio 1980, stroncato a soli 46 anni da un cancro alla gola, muore Piero Ciampi, cantautore “livornese, anarchico e comunista” per sua stessa definizione, ma anche nomade errante e spesso ubriaco, pure sul palco, chansonnier dalla voce calda che sarebbe potuta anche essere elegante se avesse voluto, poeta amato solo dai poeti. Stasera alle 21.10 per il trentacinquesimo anniversario della scomparsa, Sky Arte gli dedica lo speciale diretto da Marco Porotti “Piero Ciampi – poeta, anarchico, musicista”, tra spezzoni recuperati dai quei pochi esistenti conservati negli archivi RAI (la TV non lo ha mai voluto né celebrato troppo), aneddoti e ricordi di chi lo ha conosciuto come Gian Franco Reverberi e Pino Pavone, e testimoni d’eccezione, da Roberto Vecchioni che “è stato sottovalutato al massimo – dice – andava dove voleva lui”, a Morgan che a X Factor lo ha definito “un genio assoluto” e lo ha fatto cantare a Chiara, da Piero Pelù per cui “si rischia di soccombere molto facilmente alla sua grandezza” a Francesco Bianconi dei Baustelle che lo citano nella loro Baudelaire.

“Il tuo viso esiste fresco mentre una sera scende dolce sul porto” le prime parole della sua Adius del 1975. E da qui, dal porto della sua città, inizia il racconto di Bobo Rondelli, cantautore e suo concittadino nonché per molti suo erede, che lo ricorda “un po’ sguaiato e un po’ ostinato”, lo paragona a Vasco Rossi ma pure a “l’accattone del film di Pasolini” e poi lo canta che “per farlo – dice – occorre un’esperienza del dolore del vissuto e la voglia di autodistruggersi”.

Piero Ciampi nasce il 28 settembre 1934. La guerra che incontra da ragazzino e le bombe che cadono sulla città lo portano fuggitivo con la famiglia nelle campagne intorno a Pisa. Quando torna si iscrive all’Università, ma poi decide che la sua strada è la musica, così forma un trio con i due fratelli Paolo e Roberto mentre lavora in un deposito di olio al porto. Il militare lo fa a Pesaro e la sera se ne va a suonare per locali con il commilitone e compositore genovese Gianfranco Reverberi, ed è già poeta maledetto, vagabondo rissoso, anima inquieta, stragista di cuori, artista tormentato in fuga.

Nel 1957 va a Parigi a recitare in musica poesie scritte davanti a una bottiglia in qualche bar: lì lo chiamano Litaliano e come tale, approdato con Reverberi a Milano, pubblica il suo primo disco nel 1961, poi di nuovo in giro per il mondo, le sue donne lo lasciano, pure l’irlandese Moira e la romana Gabriella, un figlio con la prima, una figlia con la seconda, che non vedrà più. Spesso si esibisce ubriaco, insulta il pubblico, lascia il palco a concerto appena iniziato.

Nel 1965 la sua Ho bisogno di vederti cantata da Gigliola Cinquetti sbarca a Sanremo dove due anni dopo Luigi Tenco si sarebbe ammazzato. Negli anni settanta il sodalizio con Gianni Marchetti si apre con un secondo album che stavolta porta il suo vero nome, conquista il premio della critica e pure Aznavour che lo vuole a Senza Rete, lui va ma non vuole cantare, a tirarlo sul palco è Paolo Villaggio. Gino Paoli prova a farlo entrare in RCA, ma lui rovina tutto. Dalida porta a Senza Rete La colpa è tua, Nicola Di Bari incide Io e te, Maria, Carmen Villani va a Canzonissima con Bambino mio, nel 75 Nada esce con un album di sue canzoni, Ho scoperto che esisto anch’io, e lo avrebbe fatto anche Ornella Vanoni se lui non fosse sparito di nuovo. Qualche esibizione con Nada, Paolo Conte ed Enzo Zenobi, ma il successo non arriva, neanche dopo il recital Piero Ciampi, no! trasmesso il 3 agosto 1978 all’ora di pranzo dalla seconda rete della Rai. Muore a Roma due anni dopo, senza soldi e soprattutto senza fama, l’ennesima donna cui sembrano dedicati gli ultimi versi di Adius. “Vuoi stare vicina? No? Ma vaffanculo”.