La prima opzione per Silvio Berlusconi resta Giuliano Amato, seguito a ruota da Pierferdinando Casini. Ma nella corsa al Quirinale meglio tenere pronto nel cassetto un piano d’emergenza. Per mettere in difficoltà, all’occorrenza, Matteo Renzi. Ed ecco allora aggiungersi alla già affollata lista di papabili anche il nome di Franco Marini. Un candidato d’area democratica capace di raccogliere consensi tra i moderati di entrambi gli schieramenti e magari di spaccare ulteriormente il Partito democratico. Una “polpetta avvelenata” che il Cavaliere potrebbe servire all’altro contraente del Nazareno semmai dovesse sentire odore di fregatura.

Ecco una delle trame che si stanno imbastendo sui tavoli romani per la corsa al Quirinale. Una partita che Matteo Renzi vorrebbe vincere a mani basse sfornando l’ultimo giorno utile prima dell’apertura degli scrutini (29 gennaio) il nome del suo candidato preferito. Una impostazione che nelle file del centrodestra vivono con fastidio per le cattive sorprese che il premier potrebbe riservare.

Anche se, per ora, l’identikit del perfetto presidente delineato dall’ex sindaco di Firenze nell’ultima direzione Pd calza a pennello sul profilo del dottor Sottile (vecchio nickname di Amato), Berlusconi pare proprio non fidarsi, come lo strafamoso «Enrico (Letta) stai sereno» consiglia. Per questo sta pensando all’exit strategy che, nell’operazione di riavvicinamento al figliol prodigo Angelino Alfano (i due si incontreranno tra martedì e mercoledì), attraverso il passaggio sulla candidatura Casini porta in ultima istanza appunto a Franco Marini. Un nome, quello dell’ex presidente del Senato che, nell’aprile 2013, quando il Parlamento fu chiamato ad eleggere il nuovo inquilino del Quirinale, Renzi bocciò usando parole al vetriolo: «Votarlo vuol dire fare un dispetto al Paese». Un dispetto che ora, come in uno strano gioco del contrappasso, Berlusconi potrebbe ritorcere contro il premier. Con una fastidiosa operazione di disturbo nemmeno così velleitaria, spiegano fonti qualificate del centrodestra, tenendo conto che  due anni fa, prima del pellegrinaggio al Quirinale delle forze politiche per  implorare Napolitano di concedere il bis, al primo scrutinio Marini ottenne 521 voti, un bottino tanto ricco che avrebbe potuto garantirgli l’elezione se fosse stato riproposto anche al quarto round (maggioranza necessaria 505 voti).

Al loro prossimo incontro, dopo oltre un anno di incomunicabilità, Berlusconi e Alfano non saranno soli. Ci saranno anche i capigruppo di Forza Italia, Renato Brunetta e Paolo Romani, più il coordinatore nazionale di Ncd Gaetano Quagliariello. Un appuntamento cruciale. «Dobbiamo dimostrare che uniti facciamo ancora la differenza», spiega la capogruppo di Area popolare (Ncd-Udc) a Montecitorio Nunzia De Girolamo. D’altra parte, l’operazione di riavvicinamento non è nata nelle ultime ore: poggia sui confronti che hanno accompagnato l’esame della nuova legge elettorale in discussione al Senato e i preziosi compromessi raggiunti. «L’antipasto è stato il corposo abbassamento della soglia di sbarramento per i partiti più piccoli prevista dall’Italicum: nel disegno iniziale era fissata all’8%, poi è scesa al 3%», ammette un autorevole senatore azzurro, che conferma anche l’opzione Marini.

Un elisir di lunga vita per il Nuovo centro destra questa soglia bassa, che il Cavaliere si impegnerà a blindare al cospetto di Alfano, mettendo però sul tavolo la contropartita che lui vuole per il Quirinale. D’altra parte, un candidato di estrazione ex democristiana (tanto Casini quanto Marini), non sarebbe certo indigeribile al partito del ministro dell’Interno. Come pure alla stessa Forza Italia. «Renzi ha in mente un candidato che non vuole bruciare ma rischia di fare la fine di Fanfani, che alle sue irresistibili ascese vedeva seguire vorticose cadute», spiega l’ex ministro forzista Gianfranco Rotondi: «Per questo, votare Franco Marini farebbe solo piacere».

Twitter: @Antonio_Pitoni @Giorgio_Velardi