Paolo Giordano accenna verso il ponte, la chiesa della Gran Madre, il Po. La sua Torino comincia lì, nello spazio e nel tempo. Ed è il fiume a legarla a un’infanzia così recente: 32 anni sono davvero pochi, per uno scrittore di grande successo. “Sono cresciuto a San Mauro, qualche chilometro a monte, sotto la collina di Superga. Il fiume dominava il paesaggio, riempiva la mia finestra. Qualche volta colmava anche le strade: da ragazzo ho visto la grande alluvione del ’94, la notte in cui l’acqua sembrava inarrestabile. Nel mio primissimo abbozzo mentale, La solitudine dei numeri primi doveva concludersi in quella notte, e intitolarsi Dentro e fuori dall’acqua. Adesso che vivo in città, nella zona del Politecnico, una stanza che guarda il fiume è forse l’unica cosa che mi manca”.

Gran parte dei torinesi, invece, il Po lo ignorano.
Ci badano poco, saltano con lo sguardo direttamente alla collina, alle montagne. E poi, qui il fiume non è un ostacolo fisico importante, non taglia in due la città come a Firenze o a Roma.

Lei, dunque, Torino si è trovato a scoprirla.
Sono sbarcato qui per le superiori, iscritto al liceo scientifico Segrè, dall’altra parte di quel ponte. La prima volta che tentammo la spedizione con i bus, assieme a una compagna delle medie, fu difficilissimo raccapezzarci. Orientarmi socialmente fu ancora più arduo: era una delle zone più ricche della città, i miei compagni avevano qualcosa, un piglio, che a me mancava. Ci volle del tempo, ma poi Torino divenne il luogo e lo strumento della crescita, dell’emancipazione; me ne innamorai.

Dura ancora, quell’amore?
Lo vivo meno intensamente, con un costante senso di colpa che deriva dalla consapevolezza di non esservi del tutto immerso come ai tempi del liceo e dell’università. È come una fase un po’ più spenta di una relazione sentimentale.

Che lei, però, non mostra alcuna intenzione di vivere altrove.
Appena laureato, da scienziato giovanissimo, un periodo di ricerche in un’università prestigiosa all’estero sarebbe stato lo sbocco naturale. Ci ho pensato a lungo; erano gli anni della formazione, sapevo benissimo che spostarsi sarebbe stato salutare. Ma non sono mai riuscito a mollare la presa, a superare la sensazione che sarei andato in esilio. E poi, c’è una sorta di disagio verso il nord Europa e i suoi luoghi tristi. Credo che affiori anche nei libri, ogni tanto. Nello stesso tempo, non riuscivo a sentire Torino come il centro del mondo.

Se non è il centro del mondo, che cos’è allora?
È una città che mi si adatta. Purtroppo, potrei dire: anche nei lati del mio carattere che tento di contrastare, come questa sua sobrietà anche eccessiva. E vedo molto di me stesso nel suo clima.

Un clima – atmosferico e, dicono, sociale – descritto di solito con aggettivi poco lusinghieri, da “cupo” a “tedioso”.
Data la mia età, non ho vissuto la Torino di piombo, iperindustriale, la Torino del coprifuoco. Ho visto piuttosto una città viva, entusiasta, che per alcuni anni ha cercato di affermare una sua identità molto forte e molto legata alla cultura. Un percorso che è arrivato al culmine con le Olimpiadi invernali del 2006, vissute ovunque con passione, perfino esaltazione. E subito dopo è stato troncato dalla crisi. Un brutto salto all’indietro. Proprio nella crisi ho visto echi della Torino greve che non avevo fatto in tempo a conoscere. Una città in affanno, che aveva perso vitalità; e che forse solo ora comincia a distendersi, a recuperare.

Una città che accoglie?
Torino mi è sempre apparsa piuttosto inclusiva. Prendiamo Porta Palazzo. È la piazza più grande della città, il mercato all’aperto più vasto d’Europa. Oggi è in gran parte gestito da immigrati, ma i torinesi continuano a percepirlo come parte intima della loro città.

Lei riflette molto sul luogo in cui vive. Tuttavia, nei suoi romanzi Torino s’intuisce, ma non si vede davvero.
Da un certo momento in avanti mi hanno chiesto reportage dai quattro angoli del mondo. Mi sono trovato a raccontare, che so, l’Afghanistan e le isole Svalbard; credo di esserci riuscito, e non l’ho trovato difficile. Eppure non mi riesce di descrivere Torino. Narrativamente, mi ha sempre creato problemi: le mie storie si muovono in gran parte da qui, ma senza il dettaglio in cui tutto può rispecchiarsi. Forse è la città stessa che è sfuggente; e i suoi aspetti più belli sono spesso i più ardui. Per me è già più facile trasferire su carta la zona del liceo, la collina dietro la Gran Madre; forse per l’intensità, anche timorosa, con cui l’ho vissuta da ragazzo. Mentre la Torino che oggi considero più mia, la città monumentale che sta fra via Po e corso Vittorio, è la più difficile. Mi è capitato di pensare che sia un problema comune ai narratori europei, rispetto per esempio agli americani: non farsi sopraffare dal peso della storia, dall’accumulo di civiltà. Ma se anche questa regola esiste, ha eccezioni di alto livello, e proprio qui: Primo Levi e Cesare Pavese ti fanno vedere e respirare realmente la loro Torino.

In quali luoghi, con quali modi nascono i suoi romanzi?
Scrivere è l’unica attività nella quale non sono metodico. Mi chiudo nello studio di casa, ma non basta: ho bisogno di creare nelle mie giornate il vuoto assoluto, di sbarazzarmi di ogni appuntamento, impegno, preoccupazione anche minuscola. Nello studio leggo, lascio correre i pensieri, e magari uso come reset una mezz’ora di sonno. E dunque, finisco spesso per iniziare a scrivere davvero solo nel tardo pomeriggio.

Per le ricerche usa Internet? E’ lì che ha trovato, per esempio, l’esilarante, meticoloso corredo dell’esaltato caporalmaggiore protagonista del “Corpo umano”?
No, quella lista l’ho composta leggendo riviste per appassionati di cose militari. Ne compravo a pacchi, all’epoca, e il mio edicolante mi guardava strano. Internet la uso, ma cerco di tenerla a bada. Nello studio non ho voluto una connessione permanente. Quando mi serve, collego al computer una chiavetta.

Saprebbe scrivere lontano da qui?
Non ci sono mai riuscito. Ho portato con me il computer sugli aerei, nei viaggi per la promozione dei libri. Ho provato a isolarmi: nella campagna toscana, in Puglia. Sono stati sempre fallimenti. Per scrivere mi serve quel senso sottile di prigionia che può darti solo la tua città.

E fuori d’Italia?
Per scrivere devo essere immerso nella lingua; è uno dei pochi vincoli da cui non saprei liberarmi.

Ancora qualche passo sotto i portici, fino a un piccolo negozio che vende decorazioni natalizie. Paolo Giordano pesca e scarta nel gran mucchio di pezzi in plastica dai colori sgargianti. Finisce per comprare una stella costruita con frammenti di panno. Ottima qualità, colori sobri, rugginosi, un po’ spenti. Molto torinese, insomma.

di Michele Concina

Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2015