“Ai cittadini che mi hanno votato dico che non me ne vado. Resto qui a lottare per cambiare le cose. Un’altra storia si può scrivere”. E’ la promessa con la quale Sergio Cofferati ha apposto il sigillo alla sua decisione di lasciare il Partito democratico che con altri 44 esponenti politici di diversa ispirazione aveva contribuito a fondare. Nessuna fuga in avanti, nessuna adesione ad un altro partito o alle liste civiche delle quali si parla da giorni. “Un passo alla volta” è il motto dell’ex segretario della Cgil, l’uomo che nel 2003 portò due milioni di italiani al Circo Massimo in difesa dell’articolo 18 che Berlusconi voleva cancellare e che Renzi adesso è riuscito a manomettere. Lo strappo è di per sé già abbastanza profondo e doloroso, non è il caso di condurre una battaglia a tuttocampo contro un partito che resta pur sempre la casa nella quale Cofferati e altri come lui hanno svolto attività politica. Tuttavia il dissenso è insanabile. Per dirla con Carlo Repetti, ex direttore del teatro Stabile e fraterno amico di Cofferati, “le primarie sono state una vicenda senza vergogna. Mi chiedo come le avrebbe commentate, se fosse vivo, Enrico Berlinguer che della questione morale aveva fatto la propria bandiera”.

Cofferati per ora proseguirà la propria carriera a Bruxelles e a Strasburgo (era stato eletto nel Nord-Ovest) e darà vita ad una fondazione culturale a sostegno delle sue tesi politiche. Ma l’obiettivo di tornare in pista non è affatto uscito dal suo orizzonte politico. Cofferati ritiene ci siano margini per tornare in corsa per la Regione, anche a prescindere dagli aspetti politici, estremamente gravi, sollevati dalle primarie. Ovvero la partecipazione conclamata al voto del centrodestra e persino di ex fascisti non pentiti come Eugenio Minasso, che hanno indirizzato la vittoria verso Raffaella Paita. Nonché le troppe ombre che hanno percorso la consultazione elettorale, i gruppi di stranieri condotti al seggio e retribuiti cash, le irregolarità riscontrate qua e là, ben oltre i 13 seggi cancellati, secondo Cofferati. “Lunedì riceverò le motivazioni con le quali la Commissione di garanzia del partito ha cancellato il risultato di 13 seggi – ha detto – Sarà mia cura trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica. Non spetta alla commissione di garanzia rilevare eventuali aspetti penali, tocca alla magistratura penale e mi auguro che lo faccia”.

L’ex sindaco di Bologna quindi non considera affatto chiusa la partita. Ritiene che l’”inquinamento” del voto alla Primarie, così lo definisce, possa trovare uno sbocco giudiziario tale da sovvertire il risultato acquisito da Raffaella Paita, peraltro già benedetto pubblicamente dal segretario Matteo Renzi. Si è già attivata la Procura della repubblica di Savona che ha acquisito documentazione sul voto di Albenga, dove Paita ha ottenuto 1300 dei 1600 voti espressi una percentuale bulgare mai riscontrata prima. Mentre la Dda di Genova indaga sul voto della sezione di Certosa, quartiere ad alta densità di immigrati siciliani da Riesi, in alcuni casi ritenuti vicini alle cosche mafiose. Non sarà solo nell’attraversata del deserto che si è spalancato davanti alla sinistra del partito. In sala c’erano gli esponenti liguri che lo accompagneranno in questa avventura a sinistra. L’europarlamentare Renata Briano, ex assessore della giunta Burlando spedita a Bruxelles anche per divergenze politiche col governatore. Luca Pastorino, deputato e sindaco di Bogliasco, già fedelissimo di Burlando, civatiano. La mette giù dura, Pastorino: “In Federazione ci sono parecchi pompieri ma a questo punto è giusto dare anche qualche schiaffo. E prendere atto di come si sono messe le cose”.

C’era anche Ezio Armando Capurro, eletto in Regione nel listino di Burlando, ma difficilmente omologabile alla sinistra. Andrea Ranieri, ex senatore, ex sindacalista, ex assessore della giunta Vincenzi, spezzino come Paita, racconta dei mal di pancia della Direzione Nazionale del partito di venerdì: “Il ministro Roberta Pinotti ha detto che le contestazioni si erano concluse per 8 a 5 come se nelle 13 sezioni contestate in cui il voto è stato annullato (riducendo lo scarto fra i due a tremila voti, ndr) fossero emerse irregolarità a carico di entrambi i candidati. Non è così. La commissione ha annullato quei voti perché Cofferati aveva segnalato le irregolarità della rivale”. Figlio di un comandante partigiano, Ranieri interpreta perfettamente i sentimenti che – al di là delle divergenza politiche – hanno provocato la scissione. Compresa la discriminante antifascista. “Paita mi ha rivelato di aver avuto un nonno deportato nei campi di concentramento. Mai saputo. Mio padre certamente non avrebbe partecipato ad un dibattito a Casapound come ha fatto il suo portavoce (Regazzoni, ndr)”. Ranieri predica prudenza. “Abbiamo di fronte l’elezione del presidente della Repubblica. Dobbiamo evitare passi falsi”. La consegna dunque è chiara. Nessun colpo di testa. Restare vigili e attendere il momento buono per uscire tutti allo scoperto. Solo allora scoccherà l’ora delle alleanze. A sinistra, ovviamente.