Ecco, adesso è finita. Per tutta quanta la terra qui intorno non c’è un fiore, non una gemma, non una foglia che diano segni di vita. È venuto il freddo, nessuno ci credeva più, è arrivata la tramontana nera, quella lupa che si mette per strada dalla Jacuzia, ingobbita, affamata, incattivita, e scende giù strisciando attraverso tutte le Russie, e poi ancora giù per le pianure Pannoniche, e si morde la coda per la sua insaziata cattiveria nel golfo di Trieste, scivola furtiva fino a Rimini, a Vieste, e se ha ancora fame non si perita di fermarsi a Brindisi, e intanto, madre del gelo, figlia una ciurma di cuccioli scatenati che ruzzano sui dorsi d’Appennino, s’azzuffano valicando i crinali e caracollano giù a perdifiato, giulivi di guastare le Riviere d’occidente, le Riviere fino a ieri fiorite e verdeggianti fin troppo contro natura.

La tramontana nera, la fiera gelata. È un bene che ci sia. È un bene che la vita si rintani, che si rinserri da qualche parte e prenda sollievo dal prosperare, che cessi di prodursi, e che patisca per il naturale andamento delle cose. È una fortuna che non sia stata abolita, non del tutto ancora, la stagione del giacere, dell’improdurre, dell’attendere, del nutrirsi del conservato, dell’alienarsi del di più. È una benedizione la tramontana che purga, asciuga e rinsecca, e induce al riparo, a cercare tepore nei fiati, accostarsi a un corpo nel sonno. A spingere in un ultimo slancio le radici un poco più in giù. E cercare vecchi berretti, a regalarne a qualcuno.