Matteo Renzi ha un problema. Anzi due. Per raggiungere l’obiettivo della rapida elezione del nuovo presidente della Repubblica al quarto scrutinio (maggioranza assoluta di 505 grandi elettori) ha bisogno del funzionamento a pieno regime del patto del Nazareno. È necessario non solo che il Pd sia unito ma anche che il caro alleato Silvio Berlusconi dimostri il controllo della truppa portando il pieno dei suoi voti. Condizioni per niente acquisite.

Fronte Cavaliere. Nonostante il faccia a faccia di ieri tra Silvio Berlusconi e Raffaele Fitto le posizioni restano distanti. L’ex governatore della Puglia sembra infatti intenzionato a giocare in proprio la delicata partita del Quirinale. Allargando, innanzitutto, la sua pattuglia parlamentare (40-50 adepti nel segreto dell’urna), che potrebbe presto rinforzarsi con un altro drappello di circa cinque deputati e senatori azzurri protagonisti, nei giorni scorsi, di un incontro con gli emissari dello stesso Fitto. Fra loro ci sarebbero il senatore bergamasco Lionello Marco Pagnoncelli e il deputato bresciano Giuseppe Romele scontenti, tra l’altro, della gestione della costola lombarda del partito da parte della coordinatrice Mariastella Gelmini. All’incontro avrebbe preso parte anche il toscano Guglielmo Picchi. Se l’operazione andasse in porto consegnerebbe all’ex governatore il controllo di circa un terzo dell’intera truppa parlamentare azzurra mettendo in crisi la tenuta stessa del Patto del Nazareno. Renzi vuole testare l’affidabilità di Forza Italia con i voti sulla legge elettorale (un suicidio secondo i fittiani) e la riforma costituzionale prima di dare l’ok all’elezione di un capo dello Stato condiviso.

Uno schema sul quale non sono solo i dissidenti a porsi dei dubbi. “Se Berlusconi si fida di Renzi siamo vincolati alle indicazioni del nostro leader. Ma è anche vero che, pure tra i fedelissimi, siamo in tanti a dubitare che il segretario del Pd tenga fede agli impegni presi”, confida del resto a ilfattoquotidiano.it un deputato di stretta osservanza berlusconiana. Parole che fanno da didascalia al film dell’ulteriore scossone accusato ieri da Forza Italia con l’iniziativa del capogruppo alla Camera, Renato Brunetta. Già protagonista mercoledì sera di un acceso diverbio sull’Italicum con Denis Verdini (tra i due sono volate parole grosse) durante il vertice con il Cavaliere a Palazzo Grazioli, il presidente dei deputati azzurri ha chiesto di sospendere i lavori per consentire una riunione dei parlamentari di Fi con Berlusconi in vista dell’elezione del capo dello Stato.

Se non una spallata almeno uno sgambetto al Patto del Nazareno, poi stoppato dalla maggioranza (la presidente della Camera Laura Boldrini ha confermato il calendario). Di certo in aperto contrasto con i desiderata del Cavaliere che pretende un sì compatto sulla legge elettorale al Senato e la revisione costituzionale alla Camera. Un modo per dimostrare a Renzi – ed è questo il vero problema di Berlusconi – di essere in grado di controllare i gruppi parlamentari, corollario imprescindibile dal quale dipende la sua partecipazione alla partita per il Quirinale. “Abbiamo poche alternative, rischiamo di trovarci un altro presidente della Repubblica a noi ostile», avrebbe confidato l’ex premier ad alcuni parlamentari, pur consapevole che le pretese di Renzi, sommate al rinvio a febbraio del decreto fiscale contenente la discussa norma salva-Berlusconi che potrebbe riconsegnargli l’agibilità politica, iniziano ad assumere sempre di più i connotati del “ricatto”.

Ma se Sparta piange Atene non ride. Al rischio di uno “strappo” all’interno di Forza Italia se ne aggiunge un altro, analogo, nel Partito democratico alle prese con le barricate alzate sull’Italicum dalla minoranza al Senato. Dove Miguel Gotor ha minacciato nei giorni scorsi di non votare la nuova legge elettorale se verrà respinto un emendamento, firmato da una trentina di senatori, che chiede modifiche sostanziali all’attuale sistema dei capilista bloccati. Un’impasse dagli sviluppi imprevedibili che ha costretto il capogruppo di Ncd, Gaetano Quagliariello, ad irrompere in casa del Pd per proporre una mediazione (subito ribattezzata “lodo” Quagliariello) che consenta alla maggioranza di approvare autonomamente l’Italicum.

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