Era il 2004, prima ancora che nascesse YouTube, quando sui p2p e i primissimi siti di video sharing si fece largo la prima canzone rap “mainstream” con contenuti esplicitamente legati al fondamentalismo islamico: era la famigerata “Dirty Kuffar”, dei britannici Sheikh Terra and the Soul Salah Crew.

Il video si può ancora trovare in rete, sebbene in qualità non eccelsa, e mi ricordo che ai tempi se ne fece un gran parlare. Chiaramente non ci sono dati ufficiali su cui fare riferimento, ma parecchie fonti parlano di milioni di download e condivisioni, e sinceramente non faccio fatica a crederci. Il sound era accattivante (la canzone utilizzava il popolarissimo ritmo Diwali, su cui in quegli anni cantavano Sean Paul, Busta Rhymes e altre star internazionali), le liriche facili da imparare a memoria, il rap ancora una “novità” per una parte dei ragazzi di quegli anni.

Quello che invece fatico a capire è, più di un decennio dopo, l’insistenza di alcune fonti giornalistiche nel riferire che questo o quell’altro terrorista (o presunto tale) sarebbe stato “un rapper”. Lo abbiamo visto succedere molte volte: mi vengono subito in mente l’inglese Jihadi John, l’italo-marocchino Anas Al Italy (di cui – a dire il vero – pare che si siano perse le tracce) e negli ultimi giorni il francese Cherif Kouachi. Nel momento storico in cui il rap è il mezzo in cui si esprimono i giovani di tutto il mondo, dov’è la notizia?

Questo atteggiamento mi sembra assomigliare molto a quello dei media conservatori della generazione precedente, che non vedevano l’ora di collegare qualsiasi episodio criminale ai beat, ai “capelloni”, agli hippie, ai punk… e l’elenco potrebbe continuare. Si prende un fenomeno di cui la generazione più adulta capisce poco (e che quindi farebbe paura già solo per questo); lo si collega agli episodi di cronaca nera più efferati… e l’effetto è garantito. Attenti alle culture giovanili, è tra di loro che si nascondono i criminali!

La mia non vuole essere un’accusa al Fatto, che in effetti è una delle testate che insistono di meno su questi accostamenti ad effetto. Però, di questi tempi, la vera notizia sarebbe se un ragazzo di vent’anni – terrorista o meno – non avesse mai provato a mettere in rima su un foglio il suo amore, ma anche la sua paura, il suo odio e la sua follia.

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