Incubi nordici e miti mediterranei non è la sintesi della situazione socioeconomica e politica che ossessiona madame Merkel alle prese coi miti mediterranei naufragati nel debito pubblico, ma il titolo di una mostra straordinaria – una volta è il caso di dirlo – su Max Klinger e l’incisione mitteleuropea che si articola in due sedi espositive.

Al Centro Antonio Berti e alla Soffitta Spazio delle Arti di Colonnata presso la sede dell’unione Operaia di Colonnata, entrambe nel comune di Sesto Fiorentino, a un tiro di fucile da Fi/renzi.

E mentre al Centro Antonio Berti sono esposti i cicli di Klinger e le opere degli artisti a lui più vicini e influenzati da Arnold Bokling, c’est a dire Greiner, Lipinsky, Stauffer Bern e Graf; alla Soffitta si ammirano opere e gli ex libris di artisti più e meno conosciuti ma assolutamente validi come Franz von Stuck, Willi Geiger, Paul Herrmann, Richard Muller, James Bieberkraut, Gerog Luhrig, Albert Welti, Joseph Uhl, Bernhard Pankok, Ivo Saliger, Georg Erler, Walter Rehn e Guido Balsamo Stella assieme a una trentina di altri.

Joseph Uhl
Joseph Uhl, Cristo crocifisso dalla Chiesa, 1915/1920 circa

 

Insomma una doppia mostra che ricrea quel caleidoscopico panorama artistico a cavallo tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, in quella mitteleuropa in cui si formano pensatori come Schopenhauer, Nietzsche, Wittgenstein e Freud, anche se il simbolista Max Klinger si era già occupato “del valore dei sogni anticipando l’interpretazione freudiana” – verga Giulia Ballerini – a partire dal ruolo centrale della donna nell’opera del primo Klinger considerato il terrore dei circoli moralisti dell’epoca.

Un’Eva ordunque nel duplice ruolo di tentata e tentatrice ma anche di prostituta, anticipando di decenni gli espressionisti tedeschi e soprattutto francesi come Matisse, Marquet, Manguin, Degas, Toulouse Lutrec… L’altro tema di Klinger è quello della morte anche come salvatrice. Amore e morte ovvero l’Eros e il Thanatos di freudiana memoria, che Klinger riesce a pre-figurare anticipando le immagini e le atmosfere di ansia e di morte prossime venture. Dalla prima guerra al nazismo trionfante. Così esercitando un’azione a futura memoria di artisti come Dalì, Munch, Max Ernst e Giorgio De Chirico che ebbe a definire Klinger “l’artista moderno per eccellenza”.

Quindi Klinger come precursore, innovatore e punto di riferimento di tutti quegli artisti noti e meno noti che trassero ispirazione dalla sua arte e dalla sua Griffelkunst, l’arte e la tecnica dello stilo come punto di partenza per tutti coloro che utilizzarono la grafica e l’incisione come mezzi prediletti di questo genere espressivo. Il che fornisce la cifra dell’importanza di una mostra basata su un lavoro capillare finora mai fatto, nemmeno in Germania.

Data la cronica assenza di fondi istituzionali persino per mostre di questo livello, la mostra è stata realizzata grazie a sponsor e a collezionisti privati come Emanuele Bardazzi che firma la mostra e il catalogo assieme a Giulia Ballerini e Donata Spadolini dell’omonima fondazione. Ma soprattutto grazie al contributo della passione dei soliti volontari che però osservano tempi ristretti di apertura e di chiusura degli spazi. Ragion per cui, pur essendo intervenuti all’inaugurazione della mostra lo scorso 30 novembre, ma non avendo fatto a tempo a visitare entrambe le locations prima della chiusura, siamo potuti tornare a Sesto Fiorentino soltanto l’altro ieri. Senza poter quindi contribuire a pubblicizzare la mostra con più anticipo rispetto alla sua chiusura del 18 gennaio prossimo venturo. Peccato.

Prima di concludere vogliamo citare Francesco Mariani deus ex machina della mostra che nella sua introduzione al catalogo cita questo esiziale passaggio di Albert Einstein quando, a proposito della così/detta crisi sosteneva:

Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’. Chi attribuisce alla crisi i propri fallimenti e difficoltà, violenta il suo talento e da più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il merito di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

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