Cari fumatori, quando gli insofferenti schiaffeggiano l’aria e vi intimano di spegnere la cicca potrete rispondere: e non mi rompere il fattore di felicità! La notizia arriva dall’America, dove il diritto alla ricerca della felicità è garantito da un articolo della Costituzione.

Ok. Passi pure che gli ultimi due anni sono stati infestati dall’ipnotizzante canzonetta di Pharrell Williams, “Happy”. Che nel Bhutan la crescita economica sia stata valutata per anni non con il Pil ma con la Fil, la Felicità Interna Lorda. Che in economia esista l’edoniometro per misurare il livello di felicità. E che le Facoltà universitarie di Felicità dedicate a catalogare e analizzare questo stato emotivo stiano propagandosi nell’Occidente. Ma che adesso l’ente americano incaricato di regolamentare le sostanze nocive alla salute pubblica (Fda) stia rivalutando il fumo del tabacco in base anche alla felicità perduta per chi smette, fa preoccupare un po’ di scienziati. Il nuovo ragionamento dice: il fumo uccide, sì, ma poiché smettere di fumare toglie un po’ di felicità, fumare fa meno male di quanto non si pensasse. Ergo: vietarlo toglie felicità. Scontato per ogni fumatore, non così per chi deve legiferare.

Cos’è accaduto? Che grazie a una legge promulgata due presidenti fa, la Food and drug administration nel valutare ogni regolamentazione per giri d’affari da più di 100 milioni di dollari è obbligata a produrre un calcolo preciso di costi e benefici che la nuova legge potrebbe apportare o togliere. Chi è quel presidente che ha approvato quest’idea? Ma quel Bill Clinton dal sorrisetto che più happy di così non si può. Non solo happy d’aver macchiato il vestito di Monica Lewinsky, ma ancora più happy d’aver sfiorato indenne il processo per impeachment 15 anni fa. Ecco, sapere che è lui che ha introdotto l’happiness factor nell’amministrazione pubblica dovrebbe almeno farci sorridere, se non renderci tutti più happy.

Invece, secondo molti scienziati e professori tra i quali un premio Nobel, questa non è una buona notizia, c’è poco di cui essere happy. L’allarme è che si arrivi a questo: introdurre un quoziente di felicità nel calcolo di costi e benefici della proibizione del fumo darebbe per scontato che i benefici ottenuti dalla riduzione del fumo (meno morti premature e meno malattia polmonari e cardiache) andrebbero scontati del 70 per cento a causa dei “costi” della perdita di piacere arrecata ai fumatori quando smettono. Ovvero: il fumo uccide, ma smettere di fumare uccide il mio piacere di fumare, quindi la minaccia alla mia salute è controbilanciata dalla riduzione della mia felicità. Ne conseguirebbe che fumare fa un po’ meno male di quanto si pensava e che quindi lo si può proibire sì, ma con meno forza e accanimento giuridico.

Il ragionamento non è ancora stato applicato, ma la protesta per evitare che ciò accada è attiva, come già raccontato anche dal New York Times. Le voci critiche si chiedono: ma cosa ne è del fattore di felicità rovinato ai fumatori involontari passivi? E della riduzione del tasso di mortalità infantile in conseguenza alla riduzione del numero di gestanti fumatrici?

Molti iniziano a fumare prima dei 18 anni, età in cui spesso la propria capacità di giudizio non è totalmente maturata. Tanti sono solo dipendenti chimicamente e nulla c’entra quest’abitudine con la loro felicità.

Gran parte delle società sono guidate dalla carota dell’eudemonismo, la dottrina che “riponendo il bene nella felicità la persegue come un fine naturale della vita umana”. Spesso l’eudemonismo viene confuso con l’edonismo che si propone come fine dell’azione umana il conseguimento del piacere immediato, il godimento (secondo la scuola cirenaica di Aristippo) o anche solo l’assenza di dolore. E qui le cose si complicano. Come ha scritto anche Zadie Smith sulla New York Review of Books, c’è una certa differenza tra il concetto di gioia e di piacere. Il piacere di uno sballo in discoteca che crea una momentanea gioia, ha scritto la Smith, è diverso dalla gioia che le dà l’amore per suo marito e suo figlio. E in questo anche Tommaso d’Aquino le darebbe ragione. Quindi in realtà la Fda forse sbaglia semanticamente. Confonde il perseguimento del buon demone della felicità con un piacere immediato che può dare una fragrante sigaretta dopo un pasto abbondante, o la sera in un momento meditativo e solitario.

In quanto tarato male, ancora non è certo se davvero l’Fda adotterà questo “criterio della felicità” al fumo. Ma, se passasse, il concetto potrebbe cambiare molte cose. Potrebbe riportarci a parametri più edonistici che eudemonistici appartenuti a un’era in cui non c’era alcun salutismo a rovinarci la felicità (o il piacere) dell’auto-avvelenamento.

Seguendo lo stesso esempio del piacere dell’autolesionismo, potremmo votare per il nostro avversario politico, perché segretamente ci dà più felicità criticarlo dall’opposizione. Potremmo restare sposati a quell’insopportabile coniuge, perché la solidarietà dei nostri familiari e amici ci dà tanta segreta felicità. Potremmo guidare a fari spenti nella notte per avere quel guizzo di adrenalina e sapere che se ci schianteremo sarà solo perché volevamo essere felici.

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