A sedici anni Maurizio Zanolla voleva fare la rivoluzione, decise di farla in verticale. Manolo (il suo nome ‘d’arte’) capì ciò che voleva dalla vita nelle piazze della contestazione. “Al bivio tra il rumore sicuro di una fabbrica e il suono incerto del vento” lanciò uno sguardo alle montagne che circondano la sua Feltre, provincia di Belluno, e non ebbe più dubbi. In famiglia facevano gli operai e lui non sapeva chi fossero Messner o Bonatti. Giovane, irriverente e certamente incosciente sostituì gli scarponi con delle scarpette da ginnastica, le dita nella magnesite e l’alpinismo imboccava per sempre un’altra via. “Io venivo dal ’68 – racconta Zanolla – volevo il diritto di provare e ho fatto semplicemente ciò che in quel momento non soffocava i miei sogni: a volte le rivoluzioni avvengono dentro di te. Trovavo la disciplina tradizionale rigida e arrogante e ne inventai uno nuova, che allora mi sembrava libera, responsabile e incredibilmente affascinante perché del tutto inutile, superflua”.

Negli anni ’70 Manolo ridefinì il concetto di inaccessibilità: l’arrampicata libera aveva trovato il suo pioniere vagamente anarchico. “All’inizio avevo paura, poi il vuoto è diventato un punto d’appoggio”. Fu il primo italiano a completare un nono grado di difficoltà, oltre l’immaginazione per quei tempi. La parte più divertente arrivava al momento di battezzare le nuove vie: dedicò la sua prima impresa a Franco Serantini, a fianco scrisse ‘Assassinato dalla giustizia borghese‘; poi coniò Lucertola schizofrenica, Il mattino dei maghi, Supermatita. Fino a Eternit, una delle più clamorose. “Lo scelsi per non dimenticare” dice.manolo verticale 2 675

Eppure le classifiche interessano più gli altri che lui, che non ha mai vissuto la montagna come competizione. “Quando sono sceso dalle grandi vette per scoprire le falesie non avrei mai immaginato che la disciplina potesse crescere in questo modo, fino a rinnegare le proprie origini. In un certo senso ho contribuito a creare un mostro: per me scalare era una passione da preservare dalle pressioni, non pensavo certo alle gare e alle pareti di plastica. Non è disdicevole, tutt’altro: lo sport insegna a perdere, a rialzarsi e a rispettare il dolore. Anche se non è detto che lo imparino tutti. Gli alpinisti non sono degli eletti, anzi a volte diventano egocentrici e egoisti per rincorrere i loro obiettivi. Io, tra eccessi apparenti e scelte che mi hanno spinto ai margini, ho sempre cercato un equilibrio, che oggi mi ha permesso di staccarmi senza traumi da quel mondo”.

Il Mago, così è soprannominato, negli anni si è convertito ai chiodi nella roccia, magari qualcuno in meno dei colleghi. Ma un tempo era diventato famoso per i suoi “free solo”, scalate senza corde o imbraghi. Oggi si pratica soprattutto sui massi, i cosiddetti boulder, trenta anni fa lui offriva la sua schiena a strapiombi di centinaia di metri. Non sempre saliva senza assicurazioni, ma spesso sì. Basta osservare qualche foto che circola in rete per capire perché Manolo, nelle rarissime interviste rilasciate, parli di sé come di un “sopravvissuto”. Una di quelle performance, per alcuni una pazzia e per altri un capolavoro di tecnica, gli valse la convocazione per lo spot di una famosa azienda di orologi. “Un compromesso di cui pagherò per sempre le conseguenze” scherza, ma nemmeno troppo. Anche perché lo slogan di quella pubblicità, No limits, non fa parte dell’impianto filosofico che muove Manolo.

“I limiti sono sempre esistiti e sempre esisteranno, solo che ogni giorno cambiano – dice – Non si affrontano con un passo lungo, a mio avviso l’approccio è prima di tutto mentale. A volte basta modificarlo per aprirsi nuove possibilità, come avviene sulla roccia. In ogni caso è bene sapere che più in alto ce ne sarà uno nuovo, perché il limite è per definizione oltre l’orizzonte. Per intravederlo bisogna avere la capacità di sognare”. Oggi a 56 anni Manolo arrampica solo di rado. Fa il papà nella sua casa di Primiero, dalla finestra si gode lo spettacolo delle Pale di San Martino di Castrozza. Negli ultimi due anni gli acciacchi sono stati troppi e lo hanno limitato. “Non mi sono mai risparmiato e ora faccio i conti con la mia vita, con tutte le sollecitazioni a cui ho prestato il mio fisico – conclude Maurizio Zanolla – Non mi chiedo più perché mi sono sottoposto a simili inutili sacrifici, a fatica e pericoli per passare una riga immaginaria. E’ stato un viaggio necessario e educativo, pericoloso, doloroso e meraviglioso che mi ha dato la possibilità di essere me stesso”.