Nessun buon proposito di disintossicazione enologica post natalizia, anche perché non mi pare sia un gran bel proposito. Anzi, in questi giorni, mollata la piacevole dittatura delle bolle, mi sono divertito a bere (non assaggiare, o degustare per fortuna) bei vini. Due rossi e due bianchi molto diversi tra loro, tra interessanti scoperte e ovvie conferme.

Lambrusco Emilia I.G.T. Grecale 45 2010 – Azienda Agricola Denny Bini “Podere Cipolla”: avrò bevuto due Malbo gentile in vita mia e uno di questi era il Grecale 45 di Bini. Non per particolare ignoranza: fuori dai suoi luoghi emiliani, il Malbo lo conoscono in pochi. Male, molto male, perché è rosso di grande godimento e freschezza. La bottiglia l’avevo volutamente dimenticata in cantina un paio di anni fa per alleggerirne il tannino muscoloso. Volevo lasciarcelo anche più tempo, poi la voglia di un frizzante secco mi ha sopraffatto. Grande intensità al naso, vinoso e di frutta rossa, mentre la beva è obiettivamente sconvolgente, tanto che è quasi impossibile non finirlo. Specie se ci mangiate un salamino.

Falerio D.O.P. 2013 Aurora: con tutto il ben di Dio di bianchi marchigiani, Il Falerio (uvaggio di Trebbiano, Passerina e Pecorino 20%) non è esattamente il bianco più celebre della regione, anche se a tavola ha il suo peso. Quello di Aurora, bella azienda biologica nota soprattutto per un eccellente Pecorino di cui ho già scritto, fa davvero il suo: naso verace e non particolarmente elegante, tutta paglia e melone bianco. Altra cosa la bocca: tonica, vivace, equilibrata e di gran pulizia, con un bel finale dove i muscoli del Pecorino fanno capolinea. A soli 6 euro è tra i bianchi italiani più competitivi sulla piazza.

Barbera d’Alba Cascina Francia 2012 – Giacomo Conterno: non si vive solo di curiosità e folgorazioni, ogni tanto è bello tuffarsi su un capolavoro conclamato. Come la Barbera di una delle aziende più leggendarie d’Italia. Siamo probabilmente all’apice assoluto della tipologia, anche per chi come il sottoscritto ama più la Barbera schietta, acida e beverina, rispetto a quella “importante”. Bevuto per caso (aperto in un’enoteca su richiesta di un cliente non ho resistito a accaparrarmene un bicchiere) a un anno esatto dal grandissimo 2011 è quasi sugli stessi livelli per complessità, profondità, pienezza di frutto e di bocca. Un vino meraviglioso.

Lugana Brolettino Ca’ dei Frati 2013: la denominazione è in grande salute, soprattutto commerciale. Eppure – o forse proprio per questo – stanno facendo parecchi casini, immettendo sul mercato vini dal profilo ruffiano e artefatto, spesso ricchi di dolcezze eccessive. Se qualche anno fa avrei preferito molti altri Lugana più schietti e dritti al Brolettino – ineccepibile tecnicamente ma spesso fin troppo grasso – il 2013 paga ancora il troppo legno per i miei gusti, ma guadagna parecchio in sapidità. Il corpo è imponente ma la chiusura abbastanza agile: invecchierà bene.