“Non so come sarò tra dieci anni, non so se tornerò in Italia o resterò ancora qui, ad aiutare questi ragazzi”. La campagna collinare alle sue spalle fa sentire Riccardo Santonocito un po’ a casa, in Toscana. Ma in realtà si trova a Leskoc, un villaggio tra Pristina, Mitrovica e Peja, nel mezzo del Kosovo. Ha 31 anni, avrebbe voluto fare il giornalista, ma il caso lo ha portato all’estero: fa il volontario per la Caritas Umbria che qui si prende cura degli orfani figli dell’ultima guerra del Novecento. Sono passati quindici anni dall’esplosione dell’odio etnico tra serbi e albanesi e da allora, sotto il controllo delle Nazioni Unite, il Paese cerca di riprendersi, anche grazie all’aiuto di chi, come Riccardo, lavora lontano dalla sua terra, in un posto che non esita a definire “casa”.

La svolta della sua vita è arrivata a 23 anni, dall’altra parte del mondo, in Perù. “Ero stato invitato ad un matrimonio sulle Ande – racconta – e lì ho scoperto il lavoro dei missionari che facevano di tutto per aiutare gli altri. Quando sono tornato in Italia ho deciso che quella sarebbe stata la mia vita, sono rimasto folgorato”. I primi passi nel mondo del volontariato li muove in Umbria, con l’associazione ‘Altotevere senza frontiere’ e la Caritas. La spinta verso l’estero però è ancora forte, il ricordo dei volontari in Perù vivo nella sua mente. E così Riccardo decide di partire: le associazioni per le quali lavora hanno un campo in Kosovo, e Riccardo coglie l’occasione. Lascia l’università, fa i bagagli, saluta Firenze e la sua famiglia. Prende il volo con l’entusiasmo di chi va a vivere un’avventura, ma in fondo spera che possa durare per sempre.

“La prima volta che sono arrivato in Kosovo – ricorda – sono rimasto solo alcuni mesi, poi sono tornato e adesso sono qui da più di un anno”. In questo periodo ha lavorato per costruire la nuova casa-famiglia della Caritas Umbria inaugurata a novembre: un vecchio casolare dismesso e dimenticato che ora può accogliere bambini kosovari, orfani e in affido. Tutto è stato rimesso a nuovo grazie ai fondi raccolti dalle donazioni che hanno consentito di mettere insieme i 650mila euro necessari per completare i lavori, durati sette anni. Della vecchia struttura sono rimasti il fienile e la fattoria e Riccardo, mentre racconta la sua storia, controlla con gli occhi che tutto sia in ordine. Non vuole che la sua nuova casa possa sembrare poco accogliente, si dice felice d’aver investito il suo tempo e le sue capacità in Kosovo e vuole che tutto sia perfetto; dalla stalla con le mucche ai laboratori di cucina e falegnameria, che serviranno per insegnare ai ragazzi più grandi una professione.

Chi è stato affidato alla casa famiglia dovrà lasciare quei luoghi prima o poi. E gli anni a venire, per Riccardo, sono tutti da costruire. “Forse mi sposerò – dice – non so se con una ragazza italiana o kosovara, non riesco a immaginarmi nel futuro; chi lo sa se sarò in Kosovo o se tornerò in Italia, ma adesso sto bene qui”. Non è pentito della scelta che ha fatto. Salire su quell’aereo, atterrare a Pristina e scoprire quella comunità è stata una “fortuna” e per ora resterà lì, a Leskoc, in quella casa con tante persone che non hanno nessuna voglia di lasciarlo andar via di nuovo.

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