La Germania è il Paese del sole. L’Inghilterra è il Paese del vento. L’Italia invece è il Paese delle occasioni perse. Questo quanto emerge dall’analisi degli investimenti in energie pulite, realizzata da Bloomberg New Energy Finance in relazione al 2014.

A livello globale gli investimenti in rinnovabili registrano un aumento complessivo del 16 per cento rispetto al 2013, arrivando a quota 310 miliardi di dollari. Ampiamente superate le aspettative degli analisti, che si attendevano un aumento minore, intorno al 10 per cento. I Paesi leader in termini di incremento percentuale sono stati Cina e Usa, seguiti dai meno pronosticabili Brasile e Giappone (che dopo il disastro di Fukushima ha spento quasi tutte le centrali nucleari presenti sul proprio territorio e azzerato per oltre un anno la produzione nucleare).

I maggiori investimenti si sono registrati nel campo del solare, seguito dall’eolico e, un po’ a sorpresa, dalle cosiddette tecnologie smart (come, ad esempio, reti intelligenti, accumulo di energia, elettrificazione dei trasporti), a testimonianza di come stia cambiando l’intero modello energetico mondiale.

L’Europa, dove il mercato delle rinnovabili è decisamente più maturo rispetto a quelli dei Paesi citati in precedenza, avanza lentamente ma comunque in crescita, registrando un complessivo +1 per cento rispetto al 2013, principalmente grazie ad investimenti in impianti eolici offshore (in mare).

Ma è proprio analizzando i dati dei singoli Stati europei che vengono fuori le maggiori – e per noi tristi – sorprese. Regno Unito e Germania aumentano i propri investimenti del 3 per cento, attestandosi intorno ai 15 miliardi di dollari. Crescite maggiori si registrano in Francia, con un +26 per cento che porta gli investimenti a quota 7 miliardi di dollari, e in Olanda, dove la crescita è addirittura del 232 per cento, arrivando a 6,7 miliardi.

E l’Italia? Il Paese delle occasioni perse, per l’appunto. Nella patria del sole e del vento si registra un crollo del 60 per cento degli investimenti rispetto al 2013, con un giro di affari che si attesta su quota 2 miliardi di dollari. I motivi di questa inversione di tendenza sono vari, ma fra tutti sicuramente spicca l’incertezza normativa che c’è relativamente a questo settore, in cui evidentemente nessun provvedimento può ritenersi certo e duraturo nel tempo.

Nel nostro Paese si vuole regalare il mare ai petrolieri, mentre si tagliano retroattivamente gli incentivi alle rinnovabili, con il duplice effetto di esporsi a decine di migliaia di ricorsi (questi i risultati dello “Spalma incentivi” approvato in un recente passato dal governo Monti) e di allontanare gli investimenti su un settore globalmente in grossa crescita, come appurato anche dall’analisi di Bloomberg.

L’Italia preferisce investire in trivelle piuttosto che in energie pulite, nonostante – come dimostrato da un nostro studio redatto in collaborazione con Althesys – queste abbiano generato nel 2013 importanti ricadute occupazionali ed economiche.

Citando De Andrè, stiamo andando “in direzione ostinata e contraria”. Rottamiamo sole e vento e incentiviamo le trivelle dei petrolieri.