Se nella critica musicale esistesse un Vasari, non potrebbe fare a meno di partire dagli artisti toscani. Basti pensare che il postpunk in Italia non nasce né a Milano né a Roma, ma a Firenze. Ma cosa sarebbe accaduto ai Diaframma se non ci fosse stato il punk? Forse il loro leader Federico Fiumani si sarebbe dedicato al bel canto. La storia, però, non si fa mai con i se, e quindi Federico Fiumani ha deciso di far vivere questo suo nuovo passato con “Un ricordo che vale dieci lire” (Diaframma Records/SELF e Vinyl Love), un disco solista con undici cover nato grazie al crowfounding dei fan su Musicraiser. Il cantante e chitarrista dei Diaframma si è avventurato su un terreno minato, soprattutto perché le cover pescano nello scrigno della canzone d’autore italiana. Nomi come De Gregori, Guccini, Lolli, Endrigo, Tenco farebbero tremare interpreti già navigati nell’ambito della forma canzone tradizionale. Fiumani non è solo in questo viaggio. Alessandro Grazian suona quasi tutti gli strumenti e riveste le cover con orchestrazioni minimali, mettendo così in luce le linee melodiche originarie dei pezzi e, soprattutto, dando spazio alla voce di Fiumani. L’artista fiorentino ha la saggezza di portarsi nelle vibrazioni della voce i suoi ultimi trent’anni. “Lontano, lontano” di Tenco è cantata senza badare troppo all’intonazione, ma puntando tutto sull’urgenza, mentre “Un giorno credi” di Bennato viene “diaframmizzata” sul finale. Altri episodi, come “Donna di fiume” di Lolli, rivelano un’insospettabile cura di Fiumani sulle note baritonali. Laddove tanti interpreti puntualmente si schiantano, Fiumani riesce a navigare con una rotta virtuosa, dando un’interpretazione così autentica a dei ricordi da renderli materia del presente.

Il cantante e chitarrista dei Diaframma si è avventurato su un terreno minato, soprattutto perché le cover pescano nello scrigno della canzone d’autore italiana

Rimaniamo in Toscana e sempre nel campo delle tradizioni rinnovate con i Telesplash, band di Ponticino (Arezzo) in uscita il 13 gennaio con “Non è più poesia” (Tirreno Dischi). Se i Baustelle avevano cantato la provincia toscana come un luogo che oscilla tra lo spleen e la noia, i Telesplash danno voce ad una provincia luminosa, ironica e autoironica. Il loro power-pop, che da tempo si misura con ascendenze sixties d’Oltremanica, non tradisce i suoi capisaldi stilistici. Tuttavia emergono alcune felici novità in campo strumentale: l’uso del delay a tempo breve sulla chitarra di “Somebody”, le palpitazioni downtempo nelle basi di “Come se la domenica”, per citarne alcune. Da segnalare anche la featuring di Pupo nel singolo “Freddo”, un pezzo che farebbe gola a qualsiasi radio. I Telesplash mantengono uno spirito arguto nei loro testi, raccontando gli scorci di un mondo poco poetico, come il sorriso di chi assiste al crollo di “un muro di una scuola con le frasi di Rimbaud”. Non si lasciano ingrigire dall’austerity, e per fortuna rilanciano, arricchendo il loro spettro espressivo.

I Telesplash danno voce ad una provincia luminosa, ironica e autoironica. Il loro power-pop, che da tempo si misura con ascendenze sixties d’Oltremanica, non tradisce i suoi capisaldi

Dall’entroterra volgiamo lo sguardo verso il mare, purché sia sempre toscano. A Livorno si agita la nutrita strumentazione dei Mandrake che, il 19 gennaio, tornerà a farsi ascoltare con il nuovo album “Dancing With Viga” (Riff Records). A Livorno la ricettività verso le novità musicali yankee non è una novità, così i Mandrake si confrontano con l’inesauribile miniera del chamber-pop-folk di Portland. La formazione guidata da Giorgio Mannucci (ex The Walrus) mantiene la barra a dritta sul folk irrorato dalla linfa della strumentazione classica, e questa volta apre le porte a collaborazioni prestigiose, tra cui la cantante losangelina Lisa Papineau (Air, Mars Volta) e il Sinfonico Honolulu. Non lasciano indifferenti i preziosi dialoghi tra archi e chitarra elettrica di “Tales of a wizard”, le intarsiature di archi in “Something to die for”, le trasmigrazioni beatlesiane di “Ghost in me”, il pianoforte elegiaco di “San Francisco”. Il punto di forza dei Mandrake è l’estro compositivo con cui mescolano i tanti strumenti classici in organico (alla maniera dei Balmorhea), unito a trame melodiche sempre fresche. Un disco scritto davvero con sentimento e con classe.