Avete mai visto Newsroom, la serie tv americana sul giornalismo che racconta le vicende di una redazione giornalistica? Non è un granché, ha ricevuto molte critiche e, in fondo, è quello che noi consideriamo un’americanata, un’esagerazione continua in tutte le scene (basta pensare che nella terza stagione l’anchorman e protagonista della serie tv viene arrestato e rimane 52 giorni in carcere). Mi è tornata in mente vedendo i tg e i programmi di approfondimento italiani sugli attentati in Francia, e un po’ ho sperato che qualcuno lavorasse come nella redazione di Newsroom. Certo, non sarà la realtà, ma credo che si avvicini molto a ciò che succede nelle redazioni americane.

Le modalità del giornalismo italiano sono state le solite: titoli cubitali che aprivano i siti web dei principali giornali, fotogallery di protagonisti, vignettisti e della redazione di Charlie Hebdo, supposizioni su supposizioni e analisi che si avvicinano alle discussioni da tavola dopo il pranzo di Natale. E i risultati non potevano che essere confusione e sguardo sempre rivolto alla politica italiana – e ai suoi soliti e quotidiani retroscena – con la presenza degli stessi opinionisti. Che senso ha invitare a Omnibus di La7 Claudia Fusani e Mario Sechi? Sicuramente buoni giornalisti, ma in altri campi e di sicuro conoscono poco di terrorismo e/o Francia. E che senso ha scrivere in sottoimpressione “Le falle dell’intelligence” quando non si hanno prove, ma solo supposizioni degne di qualsiasi altro caso di cronaca in Italia?

Non è solo un problema di La7, sia chiaro. Anche i giornalisti della Rai, o meglio i soliti inviati da Parigi, non hanno saputo spiegare la cronaca di ciò che è successo, né fornire spunti interessanti alle discussioni su terrorismo, Isis e Al Qaeda e pericoli in Francia. La gara, purtroppo, è stata tra chi si rivelava più tuttologo degli altri, conoscendo qualche particolare e enfatizzandolo senza mai offrire al lettore una scala d’importanza.

Sul web, invece, la ricerca tra chi trovava la gaffe più esilarante o lo screenshot del tweet più imbarazzante è stata continua. Il complottismo di Carlo Sibilia, la meraviglia per il grido “Allah Akbar”, le foto degli attentatori e le vignette di Charlie Hebdo. Null’altro. Si sono aperte discussioni su “Io sono Charlie” o “Io non sono Charlie” e la disputa solita dopo ogni atto di terrorismo: pensarla come Oriana Fallaci o sottolineare che la sua idea era ed è sbagliata. Insomma, stiamo parlando di cose già sentite.

Newsroom non sarà stata una grande serie tv, ma almeno c’era la ricerca dell’opinionista, l’adrenalina che sale per lo speciale sull’attentato a Boston (a proposito, nemmeno uno speciale è stato mandato in onda in Italia) e il giornalismo, quello vero, non quello fatto di sensazionalismo e di titoli superficiali come: “Attacco a Parigi, alcuni morti”.

In Newsroom, l’anchorman Will McAvoy va in carcere per difendere la sua professione. Certo, è una serie tv, ma almeno per tre stagioni ha mostrato un modo diverso di fare informazione, e soprattutto senza quelle finte scenografie della città di Parigi alle spalle degli inviati Rai.

Twitter: @carlovalentino2

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