Se pensavate che momenti drammatici come le istantanee di questo settimana francese di follia, avessero potuto richiamare un po’ tutti ad una pausa zen, ad un attimo di riflessione per valutare l’accaduto, beh potete ricredervi: se da un lato la maggioranza riflette e cerca di tracciare i profili del complesso, e in gran parte, ancora confuso intreccio di eventi, persone e responsabilità, dall’altra gli euro-piromani, parafrasando un’azzeccata metafora del sottosegretario Lapo Pistelli, hanno lavorato alacremente fin dai primi minuti successivi al diffondersi della notizia dell’attacco alla sede di Charlie Hebdo per sfruttare al meglio la succulenta opportunità mediatica offerta dalla tragedia. Senza ritegno, senza pudore e sfidando, persino, il senso del grottesco della pubblicazione satirica francese, abbiamo assistito sgomenti alla maratona europea dei paladini delle nostre libertà impegnati a correre di studio televisivo in studio televisivo a spiegare ciò che nessun fine analista aveva ancora colto: nessun esaltato, ma quale lupo solitario, siamo in Guerra.

Da nord a sud del Continente sono state sparate a ciclo continuo strali, invettive, annunci di future catastrofi, presagi dell’Olocausto prossimo venturo per la società occidentale; dai polders Wilders continua a ripetere in mondo visione, il mantra “ve l’avevo detto”, mentre oltralpe la staffetta alla sparata incendiaria arriva persino a ventilare l’ipotesi di affilare nuovamente la lama della ghigliottina: “referendum sulla pena di morte” ha gridato la Le Pen con l’Europa sotto shock, ancora incollata a tv e telefonini per seguire minuto per minuto la serrata caccia agli uomini. Con macabro tempismo da marketing della tragedia, madame Le Pen ha riaperto una ferita recente della democrazia francese, un paese paladino dei diritti che tuttavia ha mandato il boia in pensione solo nel 1977. E cinismo della storia, l’ultimo uomo nel braccio della morte francese è stato proprio un cittadino musulmano di origine tunisina, Hamida Djandoubi.

Se la Le Pen chiama alla guerra contro la guerra santa (quella della cellula Kouachi più che altro di matrice psichiatrico-criminale) del trio di improvvisati jihadisti francesi che i nuclei speciali hanno lasciato sull’asfalto venerdi, Farage da Londra, si è affrettato a spiegare ai microfoni di Channel 4 che “questa gente vive nel nostro paese, ha in tasca il nostro stesso passaporto e ci odia”. Resterebbe da farci spiegare dall’Ukip perché gli attentati del 7/7 del 2005 abbiano colpito Aldgate East e Whitechapel, stazioni della metro in una delle aree della città (e d’Europa) con la più alta densità di musulmani. Ci odiano ma poi distruggono le loro roccaforti.

E poi c’è il Matteo padano, che in seguito agli eventi di Parigi propone la sua solita ricetta pubblicitaria: bloccare i barconi e fermare la costruzione di moschee. Un po’ come operarsi d’appendicite per curare il mal di denti, dato che i fratelli Kouachi e Coulibaly in Europa ci sono nati e cresciuti. Quanto al proliferare incontrollato di moschee, inclusa quella leggendaria di “Sucate” in fondo i leghisti hanno ragione: palestre, ex discoteche, cantine, capannoni e sex shop sono terreno fertile e luoghi ideali per l’indottrinamento dei futuri martiri. Anche se i musulmani d’Italia, di immolarsi per far contento il Califfo non ci pensano proprio.

Un ex deputato olandese di origine marocchina, mi disse qualche anno fa: “Wilders passerà prima o poi ma la sue idee semplicistiche purtroppo no. Chi rimetterà a posto le macerie che si è lasciato dietro?”. Già, chi sistemerà i danni politici e sociali causati dai professionisti dell’incendio sociale?