Avviso preliminare ai naviganti: sebbene l’argomento o la sua fonte di ispirazione originaria siano indipendenti ed antecedenti rispetto ai tragici eventi dell’altro ieri, il post che vi accingete ora a leggere è dedicato –a titolo di umile o microscopico omaggio– a Charb, Cabu, Tignous, Honoré, Wolinski e a ciascuna delle altre vittime della barbara ed ignobile mattanza consumatasi nella redazione parigina di Charlie Hebdo.

Mi ero ripromessa ormai da svariate settimane di segnalare via blog una delle mostre più intelligenti, godibili e meglio congegnate che mi sia capitato di visitare negli ultimi tempi, e non è certamente un caso che quell’esposizione, intitolata Sade. Attaquer le soleil, sia attualmente in corso (fino al 25 gennaio) a Parigi in uno dei più sontuosi scrigni di bellezza del mondo, quale il Musée d’Orsay, per commemorare il bicentenario della morte dell’icona più celebre e discussa del libertinismo settecentesco, ovvero il “divin marchese” De Sade. Non nutro alcuna remora di eccessiva enfasi retorica mentre scrivo: in questo momento di desolazione e fremente impotenza che scuote ogni più intima fibra di ciascuno di noi non provo davvero il minimo ritegno nel proclamare a gran voce la mia entusiastica ammirazione e la mia fiera appartenenza a quell’orizzonte di laicità, libertà, coraggio intellettuale e cristallino ateismo di cui la Francia dei Lumières detiene da sempre il copyright indiscusso.

Dunque sì, in base al principio per cui “se sento parlare di pistole metto mano alla cultura”, ritengo che oggi, ancor più di ieri, sia doveroso documentarsi approfonditamente su quelle radici illuministiche, antimonarchiche e settecentesche che innervano la nostra identità europea e che la mostra in questione ripercorre ed esplora utilizzando il “pretesto” del marchese de Sade. Sgombrando subito il campo da ogni possibile equivoco, la figura storica di Donatien Alphonse François de Sade (1740-1814) in questo caso ha poco o nulla a che fare con le semplicistiche definizioni correnti di “sadismo” o “sadomasochismo”, ovvero con il lessico da Bignami delle perversioni sessuali da supermercato. La faccenda, come vedremo, è ben più articolata ed interessante, poiché la curatrice della mostra Annie Le Brun interpreta l’icona di Sade non solo come reperto epocale, cioè come emblema di un’atmosfera storico-sociale connessa ai fermenti rivoluzionari e alla spregiudicatezza filosofica ed intellettuale del secolo dei Lumières, ma anche come una sorta di fil rouge che interroga, attraverso alcuni momenti-chiave della storia dell’arte, le categorie figurative del mostruoso, del grottesco, del licenzioso, del blasfemo, del perverso o dell’abnorme esplorate in lungo e in largo, in un gioco di continui rimandi e citazioni di altri scrittori ed artisti, nell’intera opera letteraria e drammaturgica sadiana.

Così, nel percorso espositivo trovano spazio e sapiente collocazione, accanto a manoscritti e cimeli del protagonista, opere come il Ratto delle Sabine di Picasso (con implicito riferimento a come il mito artistico di Sade fu originariamente creato ed attualizzato proprio da Apollinaire e dalla sua cerchia), la Giuditta con Oloferne e le visioni erotiche di Franz von Stuck, una strepitosa piccola tela di Fragonard dal titolo Les curieuses le cui due immagini femminili scrutano l’osservatore simulando l’effetto del buco di una serratura, i fantasmi onirici di Füssli, e tutta una pregevole serie di Goya, Ingres, Rodin, Delacroix ed altri raggruppati lì per l’occasione, con l’ulteriore corredo di una videorassegna di opere cinematografiche ispirate al mondo del Divin Marquis.

Particolarmente notevole l’antologia di immagini anatomiche e dissezioni del corpo umano che Sade, con l’insaziabile curiosità scientifica dei suoi contemporanei, aveva avuto modo di ammirare compiaciuto alla Specola di Firenze durante il suo viaggio in Italia. Dunque il nostro Marchese, lungi dal poter essere sbrigativamente liquidato come un semplice libertino ossessionato da orge e pratiche sessuali estreme, ci appare come un tipico campione di hybris, che è la tipica ribellione autoassertiva di chi sfida ogni autorità pur di compiere quell’atto di dissacrazione/penetrazione/oggettivazione della realtà che è il presupposto indispensabile di ogni conoscenza o progresso umano.

Frequentatore assiduo delle patrie galere a causa di vilipendi religiosi, blasfemie e reati d’opinione, ma anche di altri più gravi illeciti per i quali venne ripetutamente assolto e continuò a proclamarsi innocente, l’ateo Sade fu un irriducibile oppositore della pena di morte e della pratica della guerra, e con la sua strenua difesa del piacere ad oltranza ci svela alcune delle tante variegate anime della Rivoluzione francese, come quella edonistica già evidenziata da Baudelaire: “La Révolution a été faite par des voluptueux”.

La Rivoluzione insomma, ancor prima di essere, con inevitabili contraddizioni, esprit de tolérance e Terreur, enciclopedismo o giacobinismo è un fatto individuale ed etico che attiene all’autodeterminazione: è Rivoluzione quella di Sade, ma anche quella del Don Giovanni mozartiano che sfida le ire del commendatore o quella del Figaro di Beaumarchais, che rifiuta di piegarsi all’esercizio del ius primae noctis del suo padrone nei confronti della propria futura moglie. E a ben guardare la Rivoluzione, in chiave simbolica e traslata, non è altro che la rappresentazione collettiva di una fase esistenziale vissuta da ciascuno di noi quando, transitando dall’infanzia all’età adulta, entriamo in conflitto con la lacaniana Legge del Padre, per poi arrivare a compiere quel metaforico parricidio edipico che ci consente di costituirci come individui autonomi e capaci di ragionare col proprio cervello, inscritti in un sistema di diritti e di doveri, invece che di castighi e premi provvidenziali, ovvero in una realtà in cui le immagini del mondo elaborate e continuamente rinnovate attraverso la scienza e la coscienza critica rimpiazzano verità rivelate, favolette metafisiche e dottrine indiscutibili.

In questa prospettiva (che peraltro già include un sistema di tutele giuridiche penali contro ingiurie, diffamazioni e simili!) appare evidente il bisogno vitale di un’arte non addomesticata né annacquata, ovvero di un’arte che invitandoci a scrutare i Sade, i Macbeth o gli Otello che albergano in ciascuno di noi, ci sveli i tratti più torbidi ed inconfessabili della nostra stessa umanità, rendendoci consapevoli di tutte le nostre emozioni ed aspirazioni, nonché capaci di esorcizzare, proiettandolo all’esterno invece di rimuoverlo, l’osceno che ci abita.

La leggenda del Divin Marchese, così come quella di Casanova, Don Giovanni o Figaro, o le penne corrosive degli Aristofane, dei Marziale o dei Rabelais sopravviveranno dunque nei secoli, come archetipi o icone universali della nostra umanità, incarnando la sfida di chi si oppone al potere costituito per divenire artefice del proprio destino, cioè adulto e libero: per questo Les Lumières dei vignettisti uccisi brillano oggi come non mai, alla faccia di chi, dal basso della sua vile e brutale ottusità, si è illuso di poterle spegnere. #JeSuisCharlie.

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